Convertire… l’urgenza
III settimana T.Q.–
Riprendiamo e intensifichiamo il nostro cammino quaresimale sentendoci e mettendoci nella condizione di quel <funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafarnao> (Gv 4, 46). Quest’uomo ha fretta e con la sua abitudine al comando, mette fretta al Signore Gesù che, invece, lo rimanda ad una calma e ad una distanza tanto provanti quanto promettenti. La prima domanda di questo funzionario fa leva sulla fiducia delle capacità taumaturgiche di Gesù, mentre il Signore Gesù lo rimanda alla semplicità di una fiducia reciproca fatta di piccole cose e non di grandi gesti: chissà se fosse stato proprio questa la morte che aveva colpito questo <figlio> e quindi questo padre? Il Signore Gesù risponde prontamente, ma anche seccamente e con una essenzialità circonfusa di inalterabile calma: <Va’, tuo figlio vive> (4, 50). Si compie così la parola del profeta Isaia che promette con decisione: <Non ci sarà più un bimbo che viva solo pochi giorni> (Is 65, 20). Ma se questa è la promessa e il desiderio del Signore per noi, esige pertanto che ciascuno di noi creda alla vita dell’altro e se ne faccia custode e facilitatore accettando ogni giorno – meglio sarebbe dire ogni momento – di mettersi <in cammino> (Gv 4, 50).
Certo tutti abbiamo bisogno di qualche segno capace di nutrire la nostra speranza, ma il Signore ci chiede di fare un passo importante nel nostro cammino di uomini e donne che cercano ogni giorno per sé e per gli altri sentieri che aprano al futuro. Si rende necessario credere alla parola che annuncia il segno! In questo modo il Signore rivela che ciò che cambia profondamente la tenebra in luce, la disperazione in aurora di nuovi cammini, è l’entrare in una relazione intessuta di profonda fiducia. Il primo passo perché questo possa avvenire è essere capaci di trasformare se stessi da <funzionario del re> (4, 46), in un vero povero e pellegrino che impara, e non si vergogna, di avere bisogno degli altri. Bisogna imparare a tendere la mano senza timore fino a cambiare persino le proprie aspettative circa il modo in cui questa mano ci verrà tesa, fino a colmarla di una speranza tanto desiderata quanto necessariamente inedita e imprevedibile.
Possiamo ben immaginare quest’uomo che mentre ritorna a casa ripete, dentro il suo cuore, la parola che gli è stata consegnata da Gesù: <Va’ tuo figlio vive> (4, 50)! Non è certo difficile immaginare quanto lungo gli sarà sembrato quel pezzo di strada mille volte percorso magari chiacchierando e divagando. Mentre questa parola di Cristo prendeva dimora nel cuore di questo padre, in ansia per la vita del proprio figlio, quest’ultimo non poteva che ricominciare a vivere, trasformando, ancora una volta, il rischio di una tristezza penosa, in un’occasione di più grande gioia, come già era avvenuto in Galilea. Giovanni annota che Gesù si recò <di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino> (4, 46). Ancora oggi, il Signore viene nelle nostre vite e con la sua immensa calma ci aiuta ad abbracciare i cammini delle necessarie trasformazioni della vita che esigono tempo, amore, calma ed una provata fiducia che si fida e si affida e non smette mai di rimettersi <in cammino> con decisione, ma senza ansia. Per ogni cosa ci vuole, infatti, il suo tempo e la sua propria <ora> (4, 53).





Grazie per questo commento ( con la piccola metafora sulla morte del figlio…) che ci insegna che per cambiare la tenebra in Luce, bisogna :
– rimanere calma – rompere il guscio dell’ego
– ascolare nella verità – esprimere un aiuto
– entrare in un dialogo di fiducia – ritrovare l’uomo vivente
…essere discepoli del Cristo è un cammino esigente…che ci rende liberi …