Proprio beati
IV Domenica T.O. –
La liturgia di oggi ci fa il grande dono di proclamare nella Chiesa – ancora una volta – l’evangelo delle Beatitudini. Per otto volte il Signore Gesù dice: <Beati…>. Si tratta di un testo che conosciamo a memoria, un testo che amiamo e, indubbiamente, un testo che ci provoca continuamente e sempre. L’intreccio delle letture offerte dalla liturgia della Parola ci permette di entrare nel castello delle Beatitudini attraverso un portale del tutto particolare che suona così: <Considerate la vostra vocazione, fratelli> (1Cor 1, 26). Questa esortazione di Paolo apre ad una comprensione delle Beatitudini nel senso che esse sono la nostra vocazione particolare di discepoli del Signore Gesù formati alla scuola dell’evangelo e conformati al mistero pasquale. Potremmo dunque chiederci quale sia la prima regola della felicità-beatitudine. La liturgia sembra dirci che la prima e fondamentale regola della felicità sia proprio la capacità di guardarsi allo specchio limpidamente e senza paura alcuna e accogliere il mistero della scelta di Dio: <ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti… ciò che nel mondo è debole per confondere i forti… ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato> (1Cor 1, 27-28). Alla fine di questa immersione nella scelta di Dio giustamente si può rimanere alquanto stupiti e inquietati: bisogna proprio prendere le cose alla rovescia. Ma la motivazione dell’apostolo non solo è in grado di chiarire ma pure di illuminare e convincere del fatto che non c’è altra scelta possibile. Egli dice: <perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio> (1, 29). Con queste parole dell’apostolo che cadono “casualmente” tra la prima e terza lettura di questa liturgia della Parola, siamo condotti al cuore delle Beatitudini siamo condotti al cuore della vita stessa di Dio che – secondo san Tommaso d’Aquino – è pura Beatitudine e somma Felicità. Solo se entriamo nella sua vita seguendo le regole del “gioco” della vita divina potremo sperimentare a nostra volta la pienezza della gioia. Ma tutto questo non è in noi e non dipende da noi bensì è pura partecipazione e dono gratuito. Così il primo versetto della liturgia di questa domenica risuona contemporaneamente come un appello e un programma: <Cercate il Signore voi tutti, poveri della terra> (Sof 2, 3).
A questa parola del profeta fa eco l’inizio assoluto del Discorso della Montagna che è racchiuso tra due beatitudini capaci di delineare l’orizzonte della felicità lasciando aperte tutte le variazioni e creazioni possibili di felicità e di gioia: dapprima <i poveri in spirito> (Mt 5, 3) e – in ultimo – <i perseguitati> (5, 10-11). Queste due beatitudini rappresentato la sintesi più forte della logica divina che il Signore Gesù proclama sul monte come la nuova pista attraverso cui possiamo serenamente attraversare i deserti della vita per giungere – compiuto l’esodo da noi stessi e ucciso il nostro egoismo – alla terra interiore della libertà vera: kenosi (svuotamento) e martyrìa (testimonianza fino allo stremo) sono la via offerta al discepolo per essere in tutto come il maestro e talora persino <di più> (Gv 14, 12). Spesso sentendo nel nostro cuore il termine <vocazione> (1Cor 1, 26) pensiamo a chissà quali appelli fino ad essere persino intimoriti che ci possa toccare in prima persona qualcosa di simile. Invece la nostra vocazione è riassunta dalla conclusione delle beatitudini: <Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli> (Mt 5, 3.10.12). Ma cosa sono mai questi cieli perché possano realmente interessarci fino ad essere oggetto di desiderio ardente e arrischiato?
I cieli che attendiamo non sono altro che la maturità del cielo che viviamo con la nostra capacità di riflettere sempre più e sempre meglio l’ordine, la beatitudine, la luce di Dio fino a poter <riposare senza che alcuno li molesti> (Sof 3, 13). Il cielo è questo riposo e la beatitudine non è altro che la capacità di attraversare la storia e le storie come un <popolo umile e povero> (3, 12).






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