Largheggiare
III Settimana T.O. –
La parabola che il Signore ci racconta ci mette di fronte all’immagine del “seminatore prodigo”. Come Luca ci parlerà, in uno dei passaggi tra i più belli di tutte le Scritture, di quel “figliol prodigo” che in realtà assomiglia così tanto a suo padre che si dimostra ancora più prodigo di amore e di misericordia, così nella parabola che la liturgia ci fa leggere quest’oggi munita di spiegazione la prodigalità è la caratteristica del divino seminatore. Prima di tutto, rileggendo questa parabola, non dobbiamo cedere all’idea di preoccuparci della qualità del terreno della nostra vita ma lasciarci come stupire dalla generosa prodigalità con cui il Divino Seminatore sparge il seme della sua parola e della sua presenza. Come Natan insegna a Davide, la parola del Signore Dio è proprio come un seme affidato alla terra della nostra storia che non ama la sontuosità dei magnifici templi ma, seppure accetta di abitarvi per amore nostro, di gran lunga preferisce essere sempre e comunque il Dio che ha <camminato> (2Sam 7, 7) e che accetta persino di cadere nel solco come <un chicco di grano> (Gv 12, 24) accettando di marcire pur di non tirarsi indietro dal condividere in tutto e fino in fondo il nostro cammino di uomini e donne. Le spine, le pietre, l’aridità della strada polverosa della nostra vita possono anche essere l’unica cosa che siamo in grado di offrire al seme della divina presenza dentro di noi… e dobbiamo imparare a farlo con atteggiamento prodigo e non malvolentieri e come frustrati per la nostra debolezza. Il solo fatto che il Signore accetti di lasciarsi cadere dentro il solco della nostra vita può dare una speranza oltre ogni speranza e questa può abbellire il terreno del nostro cuore dandogli una fecondità insperata. Come spiega Cesario di Arles: <ci sono due specie di campi: uno è il campo di Dio, l’altro è il campo dell’uomo. Hai la tua tenuta; anche Dio ha la sua. La tua tenuta è la terra; la tenuta di Dio è la tua anima. È forse giusto che coltivi il tuo campo e lasci incolto il campo di Dio? Coltivi la tua terra, e non coltivi la tua anima?>1. Eppure, il coltivare per noi non è altro che il lasciarci coltivare da Dio stesso che continuamente ripete anche a ciascuno di noi quanto sussurra al cuore di Davide troppo preso da se stesso e troppo fiducioso sulle sue capacità: <Forse tu mi costruirai una casa perché io vi abiti?> (2Sam 7, 5). Al rimprovero si aggiunge prontamente una promessa: <Fisserò un luogo a Israele mio popolo e ve lo pianterò perché abiti in casa sua> (7, 10). Alla voce di un Padre si aggiunge concordemente quella di un biblista dei nostri giorni che così spiega a sua volta: <L’opera del discepolo non sarà mai quella di portare un Regno già fatto (sarebbe un venditore di alberi, non un seminatore). […] Dobbiamo imparare dunque a fare i seminatori, mentre ci hanno spesso insegnato a fare i coltivatori, i potatori; in realtà oggi non funziona più: occorre ributtare il seme>2… e farlo con lo stesso atteggiamento del Signore: prodigo.
1. CESARIO DI ARLES, Discorsi, 6.
2. B. MAGGIONI, La Parola di fa carne. Itinerari biblici di spiritualità missionaria, Bologna 1999, pp. 35-37.






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