Uomo vero
IV Settimana T.O. –
La liturgia ci fa contemplare il mistero di Davide come uomo, come re, come cantore, come credente, come peccatore fino ad evocare come <egli scherzò con leoni come con capretti, con gli orsi come con agnelli> (Sir 47, 3). In Davide possiamo scorgere un uomo vero e ciò non significa senza limiti, fragilità e peccati, ma profondamente e sempre più stabilmente abitato da uno slancio, da una passione che, lungo la vita, sembra diventare sempre più sensibile alla bellezza e sempre più forgiata dall’interiorità. Infatti dai tratti più selvatici ed energici evocati in apertura si giunge a dire che: <Conferì splendore alle feste, abbellì i giorni festivi fino alla perfezione, facendo lodare il nome santo del Signore ed echeggiare fin dal mattino il santuario> (47, 10). Di certo non così Erode, abitato da passioni, ma così povero di passione da soccombere all’inganno di due donne ben più appassionate di lui. La verità di cui è testimone il Battista non solo scomoda, ma rende più o meno uomini veri all’altezza di se stessi e del proprio mistero. Si può far tacere chi grida la verità, ma non si può impedire alla verità di insorgere dentro di noi per rivelare a noi stessi la nostra pochezza e inaffidabilità: <Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto> (Mc 6, 26).
La conclusione del lungo racconto commemorativo della “passione” di Giovanni Battista pone non solo il sigillo al ministero profetico del Precursore, ma offre una chiave interpretativa della storia: <I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, presero il cadavere e lo posero in un sepolcro> (6, 29). Il gesto dei discepoli che anticipa quello pieno di tenerezza e di devozione con cui Giuseppe d’Arimatea porrà un sigillo d’amore alla passione di Cristo Signore, contrasta potentemente con l’atmosfera febbrile della corte e avvolge di silenzio e di attesa ciò che la violenza cieca ha cercato di distruggere e che si trasforma in tormento: <Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!> (6, 16). Erode si rivela, infine, come un uomo inconsistente vittima della propria paura e pusillanimità tanto che pensa di essere il burattinaio di una storia – <che io ho fatto decapitare> – di cui, invece, è un triste burattino. Il potere è una posizione che può rendere in-umani a motivo della schiavitù delle convenzioni e delle pressioni più malsane: <Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista> (Mc 6, 25).
Il testo sapienziale che ci viene offerto per concludere la rivisitazione della storia di Davide che abbiamo avuto la gioia di ripercorrere passo dopo passo in queste settimane dice così: <Come nel sacrificio pacifico si preleva il grasso così Davide fu scelto tra i figli di Israele> (Sir 47, 2). Davide rappresenta il meglio del suo popolo e in questo senso garantisce come sempre si possa dare il meglio a condizione che – come Davide e come Giovanni il Battista – si accetti di portare fino in fondo il peso della propria vita e le conseguenze dei propri doni e dei propri limiti con la dignità e la responsabilità di uomini veri.





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