Convertire… la delusione
IV settimana T.Q.–
La Pasqua non è una fatalità e nemmeno un incidente di percorso, ma un evento a lungo preparato nella vita di Gesù: <nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora> (Gv 7, 30). E’ interessante notare come, il Signore Gesù si renda imprendibile fino al momento in cui dirà, nel Getsemani, <Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano> (Gv 18, 8). Mettere le mani addosso a Gesù è impossibile fino a quando, Gesù, non si lascia mettere le mani addosso. In questo gioco delle mani, si nasconde un po’ tutto il mistero pasquale, mistero che è cifra dell’annuncio del vangelo che cambia la nostra vita e dà un nuovo corso al nostro modo di vivere. Sempre, e continuamente, in tutta la storia e in tutte le storie ci si trova dinanzi <agli empi> che vanno <sragionando> (Sap 2, 1). Il loro pensiero si riassume così: <Tendiamo insidie al giusto> (Sap 2, 12) e le motivazioni sono chiare ed evidenti: <ci è d’incomodo… ci rimprovera… ci rinfaccia le trasgressioni … è diventato per noi una condanna dei nostri pensieri… ci è insopportabile… la sua vita è come quella degli altri>. La diversità del cuore del giusto svela la violenza, talora ben mascherata, ma terribile, degli empi.
In poche parole, e in altre parole, gli empi dicono di essere infastiditi dal giusto, ma in realtà non è solo questione di fastidio: è questione – ben più profonda – di delusione. Il Signore Gesù, e chiunque è suo discepolo, rappresenta un problema grave per chi fonda la propria vita e i propri rapporti sulla logica del potere e della prevaricazione poiché l’empio è tale in quanto pensa – o gli fanno pensare – che la sua sia la vita migliore da vivere, che sia l’unico modo per essere felici, che abbia ragione… ma quando qualcuno dimostra – con la sua vita – la fragilità e la falsità di questa pseudo-felicità, si comprende che <siamo stati considerati da lui moneta falsa> (Sap 2, 16)! Tutto ciò, espone l’empio ad una grande delusione che ingenera rabbia: è difficile accettare di essersi sbagliati! La rabbia poi esige che l’altro, il diverso che mette a nudo il fatto che mi sono sbagliato sul segreto della vita e della felicità, sia eliminato perché, altrimenti, bisogna necessariamente cambiare vita, cambiare parametri. Gli empi ‘ragionano’ in modo molto religioso: <mettiamolo alla prova… per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione> (Sap 2, 19). In realtà, ciò che hanno bisogno di confermare, è l’inganno in cui sono caduti e da cui non vogliono uscire.
Il Signore Gesù – mite ed umile di cuore – si offre a noi nel suo vangelo e nella sua croce e, davanti a lui, dobbiamo esaminare i sentimenti del nostro cuore: la sua presenza e il suo messaggio ci infastidiscono o ci consolano? Se proviamo fastidio è solo perché non siamo sicuri di ciò che ci dà sicurezza, se siamo consolati è perché cominciamo ad assomigliargli e quindi lui si lascerà prendere e toccare dalle nostre mani senza sfuggirci e senza rendersi invisibile e imprendibile. Certo questo vale anche per noi. Bisogna che ci rendiamo imprendibili al male, come gli antichi gladiatori, i quali si ungevano di olio perché le mani dell’avversario non avessero presa: quest’olio è la mitezza. Il mite non si costruisce ragioni ideologiche e mentali, ma vive della semplice evidenza di conoscere – come Gesù – il segreto e il fondamento della propria identità. Esso ha poco a che fare non il luogo di provenienza come pensano i giudei che dicono: <costui sappiamo di dov’è>! È il Padre che ci ha generati ed è in Lui la fonte e il fine della nostra esistenza come pure della nostra felicità, ma <voi non lo conoscete> (Gv 7, 28). Ci sarebbe una cosa più triste di questa ignoranza?!






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