Convertire… la notte

Settimana Santa

Ci sono dei giorni, dei momenti, degli attimi della vita che sembrano sprofondare in una <notte> (Gv 13, 30) che pare infinita e persino capace di inghiottire ogni speranza, di spegnere ogni luce e di affievolire ogni amore. Sembra che nel Cenacolo avvenga qualcosa di ancora peggiore quando il Signore Gesù annuncia il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Simon Pietro. Nello spazio di pochi versetti assistiamo ad una sorta di intristimento delle relazioni dopo un lungo cammino vissuto insieme, dopo tante speranze e gioie condivise, dopo aver vissuto qualcosa di indimenticabile… eppure non basta! La notte dell’inconsapevolezza è sempre in agguato come un mostro le cui fauci perennemente spalancate potrebbero inghiottire tutto, se solo si lasciasse cadere l’attenzione, che è il primo grado dell’amore. Mentre la notte stranamente avanza all’inizio della primavera e durante il plenilunio pasquale, tanto da permettere di muoversi, persino di notte, senza nessun problema, rimangono accese due lampade. La prima è quella del discepolo che <Gesù amava> e che si trova al suo <fianco> (13, 23). La seconda, la più importante, è la presenza discreta, eppure così percepibile, del Padre a cui il Signore non smette di rivolgersi con una fiducia invincibile: <Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato da parte sua e lo glorificherà subito> (13, 31-32).

Possiamo ben immaginare la confusione, nel cuore dei discepoli, davanti a questo continuo alternarsi di annuncio di umiliazione, inalterabilmente congiunto alla coscienza di un’imminente glorificazione. La meditazione dei carmi del Servo del Signore che ci accompagna in questi giorni della Settimana Santa, ci aiuta ad entrare nello sguardo che Gesù ha di ciò che gli sta succedendo: <poiché ero stato onorato dal Signore e Dio era stato la mia forza> (Is 49, 5). Laddove noi rischiamo di pensare all’onore che Dio ci fa di essere suoi servi, come ad un’immunizzazione dalla sofferenza più graffiante che è l’esperienza del fallimento, la Parola, che illumina il mistero pasquale, ci ricorda che l’onore più grande è quello di partecipare dello stesso dinamismo di “dono inerme” che è proprio del cuore di Dio. Ciascuno di noi è stato <plasmato suo servo dal seno materno> (49, 5) ed è stato chiamato <fino dal grembo> di nostra madre per rinascere, secondo la parola rivolta, in un’altra <notte> (Gv 3, 1), a Nicodemo attraverso le acque matrici di una relazione con Dio. Essa rifonda il nostro stesso modo di sentire la vita fino ad accettare di donarla.

Al cuore dell’annuncio di due tradimenti, risuona il modo più dolce e materno con cui il Maestro si rivolge ai suoi discepoli chiamandoli <Figlioli…> (Gv 13, 33). Questo modo di chiamare i discepoli lo ritroveremo al mattino presto sul lago di Tiberiade nella terza manifestazione del Risorto, quando il Signore porrà una domanda di rara tenerezza capace di ristabilire, fino a redimere radicalmente, tutti tradimenti e i rinnegamenti: <Figlioli, non avete nulla da mangiare?> (21, 5). In questo modo il Signore, dopo avere attraversato – giustamente da solo – gli abissi dell’umiliazione e della morte, è come se dicesse: <Non temete, vi voglio ancora bene… vi voglio ancora più bene!>. Peccato che l’apostolo Giuda non potrà lasciarsi interrogare da questa rinnovata offerta d’amore che, invece, sarà la grande occasione di salvezza per Simon Pietro. Se possiamo disperare di noi stessi, mai dobbiamo disperare dell’amore e della misericordia. Proprio di questo e in tutti i modi, <Satana> (13, 27) cerca di convincerci tanto da non farci capire il senso di quel <boccone> con cui il Maestro offriva, fino all’ultimo, una briciola del suo amore che, come una <freccia appuntita> (Is 49, 2), sarebbe stata capace di ferire e vincere qualunque <notte> (13, 30).

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