Convertire… andare
V Domenica T.Q. –
Ormai i profumi della Pasqua si fanno sempre più vicini tanto da sentirli dentro di noi e attorno a noi e, con Gesù, oggi siamo a Betania, un luogo amato perché pieno di segni e ricordi profondamente segnati dai vari gradi e dalle diverse espressioni dell’amore. Il lungo capitolo di Giovanni ne sigilla solennemente la prima parte aprendo, ormai, ai giorni della Passione e della Risurrezione. Il testo si apre con due note profondamente affettive: la memoria anticipata del gesto di Maria <che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli> e l’evocazione di Lazzaro, misteriosamente e disperatamente malato, che viene ricordato a Gesù come <colui che tu ami> (Gv 11, 2-3). Al cuore del dramma della terribile perdita di un fratello e di un amico, si staglia la figura di Marta cui, il Signore Gesù, fa percorrere un cammino ancora più arduo di quello fatto vivere alla Samaritana. Se a quest’ultima il Signore Gesù si rivela come il Messia e il Salvatore, sul bordo del pozzo di Giacobbe, in cui si riflettono e si riconoscono i loro due volti, per Marta si tratta del baratro spaventevole della morte – e della morte che tocca da vicino – tanto da farne sentire il morso nel punto più sensibile dell’anima.
Si conclude quasi il nostro itinerario quaresimale che, come ogni anno, ci rende spiritualmente dei piccoli catecumeni che riscoprono le sorgenti della grazia battesimale. Se siamo come Marta, abbiamo bisogno di passare dalla pretesa su Gesù: <se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto> (11, 21), ad un modo nuovo di intendere e confessare non solo Gesù, ma anche di vivere in relazione al proprio fratello. Di Gesù Marta arriverà finalmente a dire: <io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo> (11, 27). Se siamo in lacrime come Maria, ci è chiesto di fare un piccolo pezzo di strada per passare da un’eccessiva concentrazione sui nostri sentimenti per purificarli e unificarli con quelli di Cristo. Le sorelle di Lazzaro, il quale non dice una sola parola né prima né dopo la morte, dovranno imparare a rispettare una nuova identità profonda che è racchiusa nella parola con cui il Signore Gesù sigilla la sua chiamata alla vita, quasi contro la volontà di Marta, che sembra ormai essersi rassegnata alla sua morte: <Liberatelo e lasciatelo andare> (11, 44). A chi sono rivolte queste parole? E se fossero proprio rivolte a queste due sorelle le cui parole e le cui lacrime sembrano soffocare Lazzaro nella morte, forse come lo era stato in vita?
Diverso, molto diverso, è il modo di amare di Gesù! Diverso, molto diverso è il modo di farsi amare di Lazzaro… magnificamente unico! Potremmo dire, riprendendo la potentissima immagine del salmo responsoriale, che il loro amore non solo viene <dal profondo> (Sal 129, 1) ma si gioca nelle più misteriose profondità del cuore, di cui nessuno – solo il <Padre> (Gv 11, 41) – può essere autentico e sommamente discreto testimone. La promessa del profeta Ezechiele non solo si compie, ma si realizza pienamente: <rivivrete, vi farò riposare> (Ez 37, 14). L’esortazione dell’apostolo diventa per noi una vera consolazione anche quando tutti i conforti sembrano dissolti: <darà la vita anche ai vostri corpi mortali> (Rm 8, 11). Anche per noi è l’invito a convertire la nostra vita per farla uscire da tutto ciò che la imprigiona nelle bende della morte e imparare ad amare profondamente tanto da diventare veramente capaci di andare e lasciare andare verso la vita.






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