Convertire… fidarsi!
I Domenica T.Q. –
L’apostolo Paolo ci aiuta a cogliere meglio il senso dell’accostamento delle letture scelte per questa prima domenica di Quaresima: <come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti> (Rm 5, 19). Paolo non esita a dire che Adamo <è figura di colui che doveva venire> (5, 14) e questo ci abilita a porci la domanda circa il senso di questa prossimità. In realtà se c’è un parallelo forte tra Adamo e Gesù, non mancano forti contrasti tra l’attitudine e le scelte del primo e quelle del secondo. La stessa ambientazione geografica è assolutamente diversa: il <giardino> (Gn 2, 8) della prima lettura fa da sfondo al <deserto> (Mt 4, 1) in cui Gesù fu condotto dallo Spirito subito dopo il suo battesimo. Il gesto della donna e dell’uomo, che su istigazione del serpente mangiano del frutto dell’unico albero di cui era stato chiesto loro di digiunare, si contrappone ai <quaranta giorni e quaranta notti> (4, 2) in cui Gesù digiuna e, pur avendo <fame> non cede alla facile e magica soluzione prospettatagli dal <tentatore>.
Se Gesù e l’umanità nascente sono posti l’uno di fronte all’altra, ci è dato di cogliere una grande differenza e una sproporzione con cui, mentre intraprendiamo il cammino quaresimale, ciascuno di noi è chiamato a misurarsi. Quella di Gesù non è una sorta di rivincita dell’umanità sul diavolo, riportata in una sorta di tempi supplementari di una partita, è ben di più: è una rivelazione di quanto l’umanità possa essere capace di resistere alla tentazione, nella misura in cui accetta la propria limitazione. Se, infatti, la nostra umanità nel giardino dell’Eden si è lasciata ammaliare dall’idea di diventare <come Dio conoscendo il bene e il male> (Gn 3, 5), il Signore – nel deserto – rinuncia ad ogni appannaggio della sua divinità, accettando di giocarsi nella sua umanità assunta e accolta con tutte le sue conseguenze e in una estrema e assoluta fiducia nella sua relazione al Padre. Questa relazione divina per Gesù non consiste nel potere di più, come gli suggerisce il diavolo, ma nell’affidarsi sempre di più, attraverso il triplice ripudio di ogni illusione di potenza e di straordinarietà: <Sta scritto…> (Mt 4, 4.7.10). Per questo il segreto non sta nel diventare <come Dio> ma nell’essere veramente <Figlio di Dio> (4, 3.6), vivendo in una relazione di fiducia e di amore piuttosto che di sospetto e di concorrenza.
Come ricorda Agostino, l’unica terapia per guarire la ferita originaria che rischia di bruciare ancora il cuore dell’umanità nella vulnerabilità di ogni uomo e donna è <l’umiltà di Dio>1. Essa si rivela pienamente nel modo di assumere e portare la nostra natura da parte di Gesù. In realtà la <trasgressione di Adamo> (Rm 5, 14), di cui ci parla l’apostolo Paolo, non è altro che la rivelazione di un’incapacità di sopportazione della propria realtà creaturale che, per natura e per grazia, non può che vivere in relazione serena con il Creatore e in una differenza che arricchisce e fa gioire. Se la donna e l’uomo non si accontentarono più di guardare l’albero della conoscenza del bene e del male, ma ebbero bisogno di mangiarne il frutto, è perché si sentivano a disagio con quel limite di cui, il comando del Signore, voleva essere memoria più che limitazione. A noi è ora offerta la possibilità e l’opportunità di scegliere come giocare la nostra vita: nella libertà di fidarci o nella libertà di arrangiarci. Ogni giorno siamo chiamati a vivere la scelta radicale di fidarci di Dio e degli altri senza mai cedere al peccato radicale che è la presunta arte di arrangiarsi.
1. AGOSTINO, Sulla Trinità, IV, 4.





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