Convertire… in cena

Settimana Santa

Un testo di Gregorio Magno ci può aiutare ad intuire il senso profondo di ciò che avviene a Betania <dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali> (Gv 12, 1-2). Il papa spiega così la differenza tra il pranzo e la cena: <Questo convito di Dio non è chiamato pranzo ma cena, perché si sa che questa viene dopo il pranzo e che dopo di essa non c’è più alcun convito>[1]. A Betania il Signore Gesù vive, <Sei giorni prima della Pasqua> (Gv 12, 1), la vigilia della sua passione con una lucidità che ci tocca profondamente e che viene intuita e condivisa in modo personale e diverso da ciascuno dei suoi amici tanto che <Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo> (Gv 12, 3). Ogni anno questo gesto di Maria apre il cammino degli ultimi giorni della Quaresima così, come il Triduo pasquale, si apre sempre con il tenerissimo gesto, da parte di Gesù, della lavanda dei piedi durante la cena pasquale.

Si tratta sempre di due cene; eppure, c’è qualcosa di diverso tra la cena di Betania e quella vissuta nel Cenacolo. Nella prima, il Signore Gesù è l’amato ospite che accetta il servizio di un’amicizia capace di fare da contrappeso alle nuvole di tradimento e di rifiuto che già si addensano all’orizzonte. Nel Cenacolo, invece, dove ancora una volta Giuda Iscariota avrà un ruolo particolare, è il Signore Gesù che serve, che si dona, che consola, che prepara senza smettere di chiarire e di illuminare con la sua parola. La reazione di Giuda, apparentemente così devota, in realtà rivela il cancro che sta divorando il suo cuore e la sua anima. Il suo riferimento ai <poveri>(12, 5) non fa che rivelare il suo profondo disagio per essere diventato discepolo di un Messia povero ed umile, nella quale si realizza la profezia di Isaia: <Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta> (Is 42, 2-3). 

Il vaso di nardo effuso da Maria ha mille nomi ed è capace di vincere l’odore della morte che è il nostro egoismo, il quale ci spinge persino ad usare gli altri per raggiungere i nostri obbiettivi piuttosto che, per lasciarci guidare ed aiutare a divenire sempre più capaci di attenzione e di tenerezza. Possono essere queste le due virtù, i due atteggiamenti con cui vivere il cammino di questi giorni: attenzione e tenerezza. L’attenzione soprattutto nei confronti delle parole e dei gesti del Signore Gesù che ritroveremo nell’ascolto della Parola e nei gesti sacramentali che ritroveremo nelle liturgie della Settimana Santa. La tenerezza è l’atteggiamento che possiamo coltivare nei confronti di noi stessi e dei nostri fratelli, soprattutto nei confronti di quanti, come noi e con noi, celebrano, in questi giorni, la Pasqua di Cristo che è sempre l’occasione per celebrare le pasque delle nostre vite. Accanto all’attenzione e alla tenerezza potremmo anche coltivare, lasciandoci ispirare dal gesto di Maria di Betania, un’apertura ancora più grande: quella della generosità che esige sempre una dose di eccedenza e persino di eccesso, proprio come si fa quando si invita qualcuno a cena… si ha davanti a sé tutta la notte per gioire della reciproca presenza.


1. GREGORIO MAGNO, Omelie sui Vangeli, II, XXXVI, 2.

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