Convertire… in consapevolezza
II settimana T.Q.–
Le parole del profeta Daniele si intrecciano mirabilmente con quelle del Signore Gesù offrendoci una sorta di tappeto magico con cui volare attraverso la vita senza lasciarci imprigionare da misure troppo strette e anguste per raggiungere invece, gradualmente ma decisamente, <una buona misura, pigiata, scossa e traboccante> (Lc 6, 38).
Tutti noi, ciascuno di noi desidera profondamente essere trattato con larghezza, essere oggetto di benevolenza e di misericordia. Chi, infatti, non ama ricevere regali e doni attraverso cui sentiamo riconosciuto e onorato quel bisogno profondo che ci abita da sempre di essere almeno un poco importanti per la vita dell’altro e, talvolta, persino che l’altro si senta in debito nei nostri confronti… talora pensiamo persino che sia proprio così?!
Eppure, è come se Gesù enunciasse un principio di fuoco: <con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio> (Lc 6, 38). Un principio con cui siamo invitati a confrontarci in ogni momento della nostra esistenza evitando accuratamente di fare solo finta di non giudicare gli altri per poter, semplicemente, esigere che gli altri non rappresentino per noi un costante e pressante invito alla conversione. Talora non giudichiamo – o non esprimiamo i nostri giudizi – semplicemente per non essere scomodati dalle nostre abitudini e potere così continuare indisturbati nel nostro modo di vivere secondo il motto “vivi e lascia vivere”.
Come in ogni parola di salvezza, anche in quella che il Signore ci offre oggi, può penetrare il veleno dell’ipocrisia…! Ed ecco che il profeta Daniele ci viene in aiuto aprendo i nostri occhi su quella che è <la canna per misurare> (Ez 40, 3) l’ampiezza della nostra conformità al Padre <misericordioso> (Lc 6, 36). Il punto di riferimento stabile per il nostro giusto rapporto con gli altri non può essere altro che la consapevolezza: <A te conviene la giustizia, o Signore, a noi la vergogna sul volto> (Dn 9, 7). Essere profondamente consapevoli del fatto che <abbiamo peccato e abbiamo operato da malvagi e da empi> (Dn 9, 5) ci permette di sentire – in prima persona – il bisogno della misericordia e del perdono.
L’incapacità e la in-disponibilità alla misericordia non può avere altra origine se non in una coscienza invincibilmente erronea, incapace di raggiungere la coscienza del proprio limite e del proprio peccato e, con ciò stesso, impossibilitata ad agire come Dio – <misericordioso> (Lc 6, 36) -. Vivere questo, vivere così significa, in realtà, sentire di non avere bisogno di Dio e non temere che egli ci “misuri” (Lc 6, 38) perché siamo misura di noi stessi e Dio non può che essere a nostra misura.
Tutto ciò sarebbe terribile! Perciò dobbiamo stare in guardia! Senza consapevolezza non ci può essere perdono, senza perdono non ci può essere salvezza perché tutto si riduce a misure troppo strette, in-capaci di quel Dio a cui immagine siamo stati creati e verso la cui rassomiglianza siamo incamminati (Gn 1, 26).






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