Convertire… lo sguardo

III settimana T.Q.

L’evangelista Luca, raccontandoci di nuovo una parabola del Signore Gesù, ci spiega direttamente il motivo che rende ancora una volta necessario un chiarimento e un approfondimento da parte del Maestro: <disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri…> (Lc 18, 9). Lo stesso avviene, onde evitare malintesi ed orientarne decisamente l’interpretazione, prima delle tre parabole della misericordia: <Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano…> (Lc 15, 1-2). Davanti al mistero della mormorazione, con cui spesso cerchiamo di mascherare il nostro scontento per il modo di essere proprio di Dio <misericordioso e pietoso> (Es 34, 6), il Signore protesta attraverso il profeta: <voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti> (Os 6, 6). Possiamo fare nostra una splendida preghiera di Giovanni Damasceno: <Sto davanti alle porte del tuo tempio e non desisto dai cattivi pensieri. Ma tu, Cristo Dio, che hai giustificato il pubblicano, hai avuto misericordia della cananea, hai aperto al ladrone le porte del paradiso, apri a me le viscere della tua bontà e accogli me che vengo a te>.

Alla fine di questa settimana siamo invitati a renderci consapevoli del frutto che il cammino penitenziale produce, o meno, nella nostra vita di credenti. Il punto discriminante, per comprendere, non solo se siamo sulla strada giusta, ma anche per capire se abbiamo assunto la modalità adeguata, è l’interrogarsi su quale tipo di conoscenza di Dio matura il nostro cuore. Per il profeta Osea conoscenza e amore sono la stessa cosa e, un padre della Chiesa come Gregorio Magno, dice che <conosciamo solo attraverso l’amore>. Quando si parla d’amore, nel linguaggio biblico e patristico, non si pensa a nessuna forma di sentimento momentaneo e superficiale, ma alla scelta consapevole e illuminata della volontà. Altrimenti, il rischio è che il nostro amore sia proprio <come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce> (6, 4). La nostra relazione con Dio non può essere cercata solo nel momento in cui ci sentiamo il cuore <straziato> (6, 1), ma sempre dobbiamo straziarci il cuore per la nostalgia e il desiderio di una relazione crescente.

Il Signore ci ha creati <in piedi> (traduzione possibile di Gn 1, 26)! La coscienza del dono ricevuto non può spingere all’arroganza di ritenere come una cosa scontata, la relazione con Dio la quale rinnova in noi il dono e le possibilità della vita: essa non è un diritto, ma una grazia. Questa coscienza retta è ciò che manca al fariseo che prega <stando in piedi> (Lc 18, 11) e che, invece, mostra di avere il pubblicano che <fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto…> (18, 13). Per vivere e pregare è necessario, in verità, uno sguardo autentico sulla nostra realtà di creature fragili chiamate ad accogliere ogni giorno la sfida che, il dono della libertà, rappresenta per ogni passo della nostra vita. La preghiera del pubblicano – accolta dalla tradizione monastica orientale come il sunto della preghiera stessa – penetra i cieli come una freccia scoccata con tutta la forza della propria consapevolezza di riconoscerci peccatori e bisognosi di essere continuamente rimessi <in piedi> dallo sguardo amante di Dio. La preghiera è il luogo in cui impariamo a stare in piedi senza disprezzare nessuno, anzi, sentendoci fratelli di ciascuno e, come cantava Francesco, persino delle creature più umili. La preghiera è il luogo in cui il nostro sguardo diventa limpido senza né false esaltazioni, né inutili depressioni e questo equilibrio genera una grande e immutabile pace.

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