Il tuo nome è Graziato, alleluia!

Giovedì di PASQUA 

Il rimprovero di Pietro raggiunge anche noi e ci fa sentire trafitti interiormente: <avete graziato un assassino…> (At 3, 14). Dietro Barabba c’è ciascuno di noi al posto del quale il Signore Gesù, <autore della vita> (3, 15), ha accettato di essere scambiato. Il suo essere “dis-graziato” è stata per noi la fonte della vita, una possibilità rinnovata di vita. Le ultime parole che il Signore Gesù rivolge ai suoi nel Cenacolo che ritrova per la visita del Risorto il suo calore e la sua luce sono <di questo voi sarete testimoni> (Lc 24, 48). Ognuno di noi è chiamato ad essere testimone del fatto di essere stato <graziato> così da essere chiamato a graziare o almeno a ringraziare. Il mistero pasquale di Cristo, morto e risorto per noi, ci ridona la possibilità di trovare rinnovata la nostra umanità. Quella umanità che in Barabba – discendente di Caino come lo è ciascuno di noi – si mostra capace di essere omicida (Mc 15, 7) ritrova la sua identità più profonda e più vera che è la gioia della condivisione: <Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho> (24, 39). Il ritrovamento della relazione con il Signore Gesù da parte dei discepoli è motivo di <grande gioia> (24, 41) e questa gioia non risparmia la necessità di un cammino di memoria e di pentimento per l’incapacità a riconoscere i cammini di Dio nella nostra storia. Bisogna riconoscere che nonostante tutte le loro lentezze i discepoli hanno imparato la lezione aprendo finalmente la loro <mente all’intelligenza delle Scritture> (Lc 24, 45). 

Infatti, Pietro, dopo la guarigione dello storpio, storna l’attenzione da se stesso e richiama tutti a lasciarsi trasformare dall’annuncio pasquale: <per portarvi la benedizione e perché ciascuno si converta dalle sue iniquità> (At 3, 26). La conversione apre il nostro cuore ad una riconciliazione profonda che non esclude il fallimento del nostro essere discepoli, ma ne fa un’occasione di crescita. Il saluto del Signore Gesù è tanto speciale quanto consueto nella cultura ebraica: <Pace a voi!> (Lc 24, 36). Come esortava il card. Newman: <Questa è una cosa alla quale dobbiamo pensare bene al momento attuale, perché modererà le nostre speranze e dissiperà le nostre illusioni: non possiamo sperare di avere la pace in noi, se siamo in guerra al di fuori>1

Il Signore ci dà tutto il tempo per arrivare a questa pace e per appropriarci gradualmente del suo mistero che ci salva: dà tutto il tempo ai discepoli di sfogare la loro tristezza e, prima di farsi presente, dà loro tutto il tempo per condividere con gli altri la loro esperienza. Ancora una volta e sempre il Risorto conferma e dilata quei piccoli passi che – col suo discretissimo aiuto – ci sembra di poter fare da soli. Si fa presente alla nostra vita in modo del tutto naturale come se la morte non avesse interrotto ma approfondito la relazione, come se l’abbandono avesse rafforzato e indebolito il desiderio ridando ai passi dei discepoli un nuovo <vigore> (At 3, 16). La risurrezione non è una verità cui dare il proprio assenso ma una nuova ed intelligente apertura sul mondo da sperimentare.


1. J. H. NEWMAN, Sermons on Subjects of the Day, n° 10.

1 commento
  1. Marco
    Marco dice:

    Se la rotonda pietra è stata rotolata, sta a noi non farla ritornare indietro, il nostro cuore deve essere pronto anche a bloccarla lì come è, facendo si che la vita entri ed esca dal buio, con il Suo Corpo e Sague

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