Il tuo nome è Spezzare, alleluia!

II DOMENICA di PASQUA 

La prima lettura di questa liturgia ci fa entrare nel mistero della risurrezione come un paradigma di vita: <erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere> (At 2, 42). La prima comunità dei credenti, come ogni comunità di ogni tempo e di ogni luogo, diventa essa stessa sacramento della forza e del frutto della risurrezione. Tutto ciò si rivela in una capacità non solo nuova, ma capace di rinnovare continuamente i rapporti e di ritessere le relazioni in modo profondo e duraturo. Se la morte rappresenta il dramma di una rottura, la risurrezione afferma la speranza e la possibilità di riprendere sempre i cammini della comunione e dell’amore. La litania del salmo responsoriale non solo ce lo ricorda, ma anche ci chiede di cantarlo continuamente non solo a parole, ma con tutta la nostra vita: <il suo amore è per sempre> (Sal 117, 2).

Per questo motivo sembra che il Signore Gesù ritorni <otto giorni dopo> (Gv 20, 26) e si ponga al centro della comunità dei discepoli che è profondamente ferita. L’evangelista annota che <c’era con loro anche Tommaso>. Il gruppo dei discepoli è di nuovo al completo, ma non ancora veramente risanato. Il Signore Risorto si presenta come medico che augura il bene più grande e più importante: <Pace a voi!> (Gv 20, 21 e 26). Se questo è il dono che il Risorto porta e riporta a quei discepoli che, alla vigilia della sua passione, ha chiamato teneramente <amici>, è segno che di questo c’è maggiormente bisogno. E ancora: se il primo dono che il Risorto chiede ai suoi discepoli ritrovati, è quello di donare al mondo, nel suo nome, il perdono (cfr Gv 20, 23), allora è chiaro che la capacità di lasciarsi perdonare e di perdonare è il segno che la morte del Signore Gesù non è stata vana.

In mezzo ai suoi discepoli, la presenza del Risorto è capace di <spezzare> (At 2, 42), ancora una volta, la propria vita come dono che ridona pace. Il suo corpo Risorto, ma sempre segnato dalle ferite irrinunciabili della sua amara e gloriosa passione, è offerto alla Chiesa come il pane per il cammino attraverso la storia. Il Signore Gesù venne <mentre erano chiuse le porte> (Gv 20, 19) eppure <mostrò loro le mani e il fianco> (20, 20). La risurrezione non è una negazione della morte e della sofferenza, non è un irenico superamento dei conflitti e dei fallimenti relazionali, è la rivelazione della possibilità di fare spazio ad una misura d’amore sempre crescente e sempre più consapevole. Mentre i discepoli rischiano di essere intrappolati nelle reti del rammarico e nell’amarezza di un fallimento che li ferisce a morte, il Signore fa delle sue ferite una rivelazione: si può sempre ricominciare ad amarsi e i fallimenti dell’amore e nell’amore possono diventare le basi per un amore più grande e più vero perché più conscio della propria vulnerabilità. Il corpo risorto e piagato del Cristo, ci libera dalla vergogna di scoprire le ferite e le piaghe del nostro cuore che, nel perdono, ritrova tutta la sua pace ed è capace di spezzarla come dono agli altri. Possiamo fare nostre le parole di Pietro: <Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati> (1Pt 1, 3).

Così canta la liturgia bizantina: <Chi impedì che la mano del discepolo si fondesse, quando l’accostò al fianco infuocato del Signore? Chi le diede l’ardire e la forza di tastare ossa fiammeggianti? Se quel costato non avesse trasmesso il potere a una destra di fango, come avrebbe potuto toccare il segno dei patimenti che avevano scosso le regioni superiori e inferiori? Ma a Tommaso è stata data questa grazia di toccarlo, e di gridare al Cristo: <Tu sei mio Signore e mio Dio>1.


1. Anthologhion, III, pp. 212-213.

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