Riconoscere

XVIII settimana T.O. –

Ancora una volta vediamo e contempliamo il Signore Gesù che si lascia toccare dal bisogno di tutti coloro che incrociano la sua strada e chiedono il suo aiuto. Il vangelo di quest’oggi ci offre due quadretti assai belli: uno più intimo in cui vediamo Simon Pietro vacillante sulle acque che si lascia afferrare dalla <mano> (Mt 14, 31) del Signore, l’altro più popolare e che conclude la pericope odierna: <la gente del luogo, riconosciuto Gesù, diffuse la notizia in tutta la regione; gli portarono tutti i malati, e lo pregavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello> (14, 35-36). Il Signore Gesù dà fiducia e aiuta tutti a prendere coscienza dei propri bisogni e ad assumere le proprie impotenze come luogo da offrire alla relazione con lui. Alla richiesta un po’ avventata di Pietro, il Signore risponde con estrema generosità: <Vieni!> (14, 29). Al bisogno della folla che lo attornia, il Signore risponde con un sereno e pronto esaudimento: <E quanti lo toccarono, furono guariti> (14, 36). Attorno al Signore si respira un’atmosfera di fiducia e di attenzione all’altro che viene accolto con tutta la zavorra delle sue paure (14, 30) e delle sue necessità.

Ciò che scatena la gelosia di Aronne e Maria verso l’amatissimo fratello (cfr. Es 2, 1-10 e 4, 10-17) sembra il frutto di una scelta di Mosè non condivisa: <aveva sposato una donna etiope> (Nm 12, 1). Non essendo rimasto quindi nel chiuso del clan, con tutti gli annessi e connessi, colei che lo ha accompagnato verso la salvezza – Maria – (Es 2, 4) e colui che è stato per lui <come bocca> – Aronne – (Es 4, 16) sentono talmente in pericolo il loro ruolo e la loro situazione di preferenza da reclamare un posto analogo non potendo contare più sulla partecipazione piena <Il Signore ha forse parlato soltanto per mezzo di Mosè?> (Nm 12, 2). In questo modo, Aronne e Maria si mostrano insensibili alla vita di Mosè e al suo personale cammino per questo la sorella si ritrova ad essere <lebbrosa> (12, 10). La malattia rivela esteriormente il male del suo cuore incapace di accogliere l’altro in tutto il suo mistero anche quando mi sfugge o mi turba. Malati cercano di fare i medici, ciechi cercano di fare da guide e <tutti e due cadranno in un fosso> (Mt 15, 14), quel fosso che fa guardare all’altro come posto da un’altra parte e quindi potenzialmente contrario a me e di conseguenza nemico. Questo atteggiamento di invidia fa sì che <la nube si ritirò di sopra alla tenda ed ecco: Maria era lebbrosa> (Nm 12, 10).

La lebbra non fa altro che esternare lo stato del cuore di Maria tanto che il suo essere, pensato per vivere in relazione, comincia a putrefarsi. San Gregorio Magno dice che <l’invidia è capace come la ruggine di consumare anche il ferro> e la sua origine è sempre da cercare nello sconcerto davanti al fatto che, oltre a noi stessi e a quelli che ci assicurano di essere noi stessi, vi sono pure gli altri con cui ci si può persino “<sposare>” (12, 1). Davanti a tutto ciò non c’è molto da fare né da dire, ma solo da gridare: <Dio, ti prego, guariscila!> (12, 13). Ma prima di pregare per la guarigione degli altri dobbiamo cercare di non affondare noi stessi e, come Pietro, gridare: <Signore, salvami> (Mt 14, 30). Si tratta di riconoscere – come la folla (Mt 14, 35) in Gesù la nostra salvezza.

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