Sospeso

IV Settimana T.O. –

Lo spettacolo di Assalonne <sospeso fra cielo e terra; mentre il mulo che era sotto di lui passò oltre> (2Sam 18, 9) ci riempie di commozione soprattutto se assistiamo a tutto ciò non con gli occhi dei prodi di Davide, i quali approfittano di questa occasione per farsi militarmente onore uccidendo il figlio usurpatore del re, ma con il cuore del re il quale invece alla notizia <fu scosso da un tremito, salì sul piano di sopra della porta e pianse> (19, 1). Non sono forse gli stessi sentimenti di Davide – e ancora più profondi – quelli che animano il Signore Gesù che, nonostante tutte le evidenze della morte, si reca a casa di Giairo per compiere un gesto più intimo che miracoloso: <presa la mano della bambina e le disse: Talità kum> (Mc 5, 41).

Assalonne rimane impigliato nella propria insensibilità all’amore di suo padre Davide e rimane talmente sospeso al suo narcisismo di prode coraggioso e bello – ammirato dai soldati e lusingato dalle donne – da essere abbandonato dalla <mula> su cui cavalcava e su cui forse ingenuamente confidava: si crea nel cuore e nella vita del giovane Assalonne una separazione incomunicabile tra l’elemento più istintuale e quello più razionale. Ben si addicono al giovane le parole del salmo:<Non siate come il cavallo e come il mulo privi di intelligenza; si piega la loro fierezza con morso e briglie> (Sal 31, 9). Assalonne pensa di poter fare a meno della sua relazione filiale mettendosi contro suo padre fino ad umiliarlo davanti al popolo, ma così facendo si mette contro se stesso rendendosi così vulnerabile da coprirsi quasi di ridicolo: <Allora Ioab prese in mano tre dardi e li ficcò nel cuore di Assalonne, che era ancora vivo nel folto della quercia> (2Sam 18, 14).

Ben diverso è l’atteggiamento della donna emorroissa che vuole toccare <anche solo a toccare le sue vesti> (Mt 5, 28) e di Giairo che condivide gli stessi intensi sentimenti paterni di Davide ma la cui figlia è di certo più docile di Assalonne in quanto riesce ad ascoltare persino quando è avvolta oramai nel sudario dell’insensibilità della morte. Ma nulla è perduto con la docilità, tutto è perduto con la supponenza. Come spiega Ambrogio di Milano: <È la fede che tocca Cristo; è la fede che lo vede. Se dunque vogliamo anche noi essere guariti, tocchiamo mediante la fede, la frangia di Cristo. Egli non ignora quanti toccano la sua frangia. Beato dunque chi tocca almeno l’estremità del Verbo; chi può infatti afferrarlo interamente?>1. Ciascuno di noi è sempre sospeso tra narcisismo ingannevole e umile docilità al tocco di una relazione che può farci vivere in una pienezza che da soli non possiamo in nessun modo darci. Non sottovalutiamo il nostro bisogno di essere soccorsi e aiutati, non sopravvalutiamo il nostro desiderio di autonomia: la vita intera ci è data come occasione per trovare un equilibrio che nell’umiliazione è più facile trovare, che non ne tempo dell’esaltazione.


1. AMBROGIO DI MILANO, Omelie sul vangelo di Luca, 6, 57-59.

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