Da Dio
XXI settimana T.O. –
Chi di noi potrebbe dire di realizzare esistenzialmente nella propria vita quanto viene ricordato dall’apostolo Paolo come se fosse un’evidenza: <riguardo all’amore fraterno, non avete bisogno che ve ne scriva; voi stessi infatti avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri> (1Ts 4, 9). Non solo, l’apostolo ci tiene a sottolineare e a dichiarare che l’amore imparato alla scuola di Dio e non semplicemente come espressione dei nostri sentimenti migliori non può che essere rivolto <verso tutti> (4, 10). La lettura liturgica del vangelo secondo Matteo si conclude con una parola assai dura: <là sarà pianto e stridore di denti> (Mt 25, 30). Più che una minaccia che metterebbe in crisi tutto quello che lungo la lettura del vangelo secondo Matteo ci è stato rivelato del cuore <mite e umile> (Mt 11, 28) di Dio stesso, si tratta di una messa in guardia da tutto ciò che in noi può bloccare la crescita dell’amore tanto da trasformare l’investimento che Dio ha fatto su di noi in un misero fallimento.
Se Paolo ci ricorda che abbiamo <imparato da Dio> ciò a cui si riferisce è esattamente questa capacità continua di investire sull’altro onorando l’investimento che gli altri fanno su di noi. Il primo ad investire è, in realtà, Dio stesso. Se l’ultima parola con cui sembra essere vergata l’intera lettura del vangelo di Matteo così come ci viene offerto dalla Liturgia ci può inquietare è solo nella misura in cui dimenticassimo il gesto non solo magnanimo ma rischioso di quell’uomo che, al momento di mettersi in <viaggio> (Mt 25, 14) non va a trovare i <banchieri> (25, 27) ma <consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, e un altro uno, secondo la capacità di ciascuno, poi partì> (25, 15). Questa serena partenza che si basa su una fiducia di fondo nei confronti dei suoi servi è l’unico ambito che permetta una vera crescita di cui l’apostolo Paolo si fa esplicitazione con la sua parola di esortazione: <a progredire ancora di più e a fare tutto il possibile per vivere in pace, occuparvi delle vostre cose e lavorare con le vostri mani> (1Ts 4, 10-11).
Pertanto, tutto ciò diventa impossibile se ci lasciamo prendere dalla <paura> che ci induce a <nascondere il tuo talento> (Mt 25, 25). Se c’è una cosa che non possiamo imparare da Dio è la paura che, invece, ci è stata inoculata come un veleno dal nemico delle nostre anime il quale ci ha convinto non a progredire sempre di più a partire dai doni che abbiamo ricevuto, ma a illuderci così tanto su noi stesso fino a cadere nella trappola dell’assoluta sfiducia in noi stessi tanto da provare <paura> (Gen 3, 10) e nasconderci. Quando cediamo a questa logica di sfiducia contagiosa al Signore non resta che confermarci nel nostro dubbio tanto che l’unica cosa che gli resta da fare per darci dignità è quella di far finta di credere alle nostre paure nella speranza di liberarcene prima o poi: <… tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso> (25, 26). Eppure, questo non è vero! Ma chi può convincerci dell’amore? Chi può liberarci dalla paura se noi non acconsentiamo alla fiducia?
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