Ritirarsi per aprirsi
III Domenica T.O. –
Il Signore Gesù attende che la storia gli faccia segno per poter prendere il suo posto e il segno è l’arresto di Giovanni. La lunga attesa del Signore nell’ombra è uno dei segni forti del suo essere attento, senza essere smanioso: <Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nazaret e andò ad abitare a Cafarnao sulla riva del mare, nel territorio di Zabulon e di Neftali> (Mt 4, 12-13). Si compie così la visione del profeta Isaia con cui si apre la Liturgia della Parola. Essa è ben più di un sogno, è un segno che indica l’inizio di una nuova era il cui punto di partenza è una ricomprensione profonda degli atteggiamenti e dei desideri di sempre: <In passato il Signore umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti> (Is 8, 23). L’umiliazione cui si riferisce il profeta è il fatto drammatico e doloroso di una parte del popolo eletto che cade sotto la dominazione dei pagani, degli Assiri, ritrovandosi così a stretto contatto con gli usi e le mentalità di coloro che non condividono la fede e le consuetudini della tradizione.
Ebbene, questa situazione drammatica diventa il punto di partenza per i tempi nuovi che vengono inaugurati nella predicazione di Gesù di Nazaret il quale – stranamente – dopo aver atteso a lungo nel nascondimento e nel silenzio della sua ordinarissima vita, ed aver aspettato il compiersi del ministero profetico del Battista, prende il suo posto nella storia. In realtà, stando alla conclusione dei vangeli dell’infanzia secondo Matteo, Gesù, nato a Betlemme di Giudea, è stato condotto – da suo padre Giuseppe – in Galilea, rientrando dall’Egitto per stare il più possibile lontano da Gerusalemme che è il centro del potere religioso e politico, e quindi una minaccia per Gesù, come si verificherà alla fine del suo cammino. Il fatto che Gesù si ritiri ulteriormente oltre il Giordano, ossia nella parte inversa di quella che viene considerata la terra santa delle promesse, indica un ulteriore passo di Gesù verso l’umanità della nostra umanità.
Non basta Nazaret arroccata tra le colline ove vive un rimasuglio agguerrito della stirpe davidica, ma a Cafarnao la città di frontiera, di passaggio, di incontro, di diversità… simbolo delle città non sante e non tradizionali di ogni luogo e di ogni tempo. Laddove noi pensiamo al ritiro dal mondo delle ambiguità e della complessità, Gesù ci indica il ritiro nel mondo inteso come crocevia possibile di salvezza. Il Signore Gesù prende il testimone dalle mani di Giovanni Battista, ma il fuco che arde nella fiaccola viene direttamente dal suo cuore, così come viene ulteriormente approfondito dall’apostolo: <non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo> (1Cor 1, 17). La conversione già predicata dal Battista non è più una condizione di accesso al Regno, ma è il modo – personale e unico – per accoglierlo. Proprio come avviene con il gesto, assolutamente nuovo, di un Maestro che chiama dei discepoli a seguirlo per essere se stessi fino in fondo: <pescatori> (Mt 4, 18). La novità dell’approccio di Gesù è assoluta. Non sono i discepoli a cercare il Maestro, ma è il Maestro che, nella linea dei profeti come Elia ed Eliseo, chiama dei discepoli. Inoltre, il Signore Gesù non chiama gente capace, ma è la sua chiamata a rendere capaci di diventare <pescatori di uomini> (4, 19).






Il Signore non chiama persone capaci, ma è la sua chiamata che rende capaci di diventare pescatori di uomini
Paolo dice che è chiamato ad annunziare il Vangelo non con sapienza di parola…
Accogliamo la chiamata del Signore sulla via cha ha preparato per noi!