Salire
V Settimana T.O. –
Per ben tre volte nella prima lettura troviamo il verbo <salire> riferito all’arca del Signore che viene collocata finalmente nel tempio costruito da Salomone. Di certo quello che ci viene raccontato nel primo Libro dei Re evoca uno dei momenti più gioiosi della storia di Israele e segna anche un passaggio significativo nel modo di rapportarsi del popolo con il suo Signore. Le parole di Salomone segnano una svolta nel modo di concepire e di sentire la presenza di Dio in mezzo al suo popolo che, infine, si sedentarizza come già hanno fatto le varie tribù: <Il Signore ha deciso di abitare nella nube oscura. Ho voluto costruirti una casa eccelsa, un luogo per la tua dimora in eterno> (1Re 8, 12-13). In una concezione della divinità separata ed eccelsa così come gli Israeliti vedono nei culti dei popoli confinanti e soprattutto nelle mirabili liturgie e architetture egizie, è chiaro che l’intronizzazione dell’arca nella maestosa cornice del tempio viene avvertito come un momento non solo importante, ma persino la fine gloriosa di un percorso cominciato in modo assai più modesto.
Se Dio accetta di <salire> questo naturalmente comporta che la vita del credente non può che essere un continuo <salire> che, talora inavvertitamente, produce una certa distanza e una profonda separazione tanto che: <Appena i sacerdoti furono usciti dal santuario, la nube riempì il tempio del Signore, e i sacerdoti non poterono rimanervi per compiere il servizio a causa della nube, perché la gloria del Signore riempiva il tempio del Signore> (8, 10-11). Risulta chiaro che non c’è possibilità di una com-presenza tra Dio e l’uomo e mentre si intensifica la presenza della divinità, l’umanità è quasi costretta a fare un passo indietro. Salomone è soddisfatto non solo della costruzione del tempio, ma pure dei segni che indicano il gradimento da parte di Dio di quella che era da tutti avvertita come un’ottima soluzione <in eterno> (8, 13).
Il vangelo, però, ci mostra qualcosa di molto diverso e al verbo <salire> che ritma la prima lettura sembra accompagnarsi un movimento di ripida discesa tanto che Gesù e i suoi discepoli: <giunsero a Gennèsaret e approdarono> (Mc 6, 53). Il testo continua dicendo che <Scesi dalla barca…> (6, 54) il Signore viene circondato e sempre più avvicinato da gente di ogni tipo e di ogni provenienza. La presenza del Signore Gesù non solo non crea una distanza, ma neppure richiede una certa separazione sacrale. Al contrario invece di salire e di distanziarsi, il Signore Gesù sembra scendere e avvicinarsi alla nostra umanità suscitando una speranza audace e per certi aspetti sfrontata: <E là dove giungeva, in villaggi o città e campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati> (Mc 6, 56). Non solo Dio non è più lontano, non solo non ha bisogno di mantenere una distanza di sicurezza, ma, al contrario, si fa persino toccare e in questo contatto vivo e profondo sembra essere racchiuso il segreto di un’autentica esperienza di salvezza.






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