Convertire… maturare

I settimana T.Q.

Vi è nella tradizione rabbinica un detto che cerca di trovare una soluzione al problema circa la modalità in cui, a suo tempo, si manifesterà il Messia. La domanda è questa: <Sarà una manifestazione gloriosa o del tutto umile e mansueta?>. Come sempre, i rabbini non contrappongono, ma compongono le due possibilità facendo maturare una soluzione che armonizzi le contraddizioni: se tutti si convertono verrà in gloria, se, invece, nessuno si converte, verrà su un asino figlio di un’asina1. In tal modo la responsabilità circa il modo e persino i tempi della piena rivelazione del Messia nella storia, ricade su di noi e non sull’Altissimo. Siamo noi che possiamo rallentare o affrettare i tempi, come pure possiamo rendere più e meno percepibile la sua presenza nella storia. Il testo evangelico, con cui entriamo in questa prima settimana di quaresima, sembra comporre ulteriormente: <Quando il figlio dell’uomo verrà nella sua gloria> (Mt 25, 31) ci giudicherà a partire dalla nostra capacità, o meno, di averlo riconosciuto e accolto nella condizione dei <fratelli più piccoli> (25, 40).

Nella prima lettura rileggiamo uno dei testi fondamentali della Torah in cui l’esortazione alla santità, come imitazione di Dio stesso, si esplicita in dieci comandamenti negativi che cercano di arginare, nel nostro cuore, il bisogno di coltivare il proprio interesse e il proprio vantaggio piuttosto che quello altrui. Al cuore di questa esplicitazione del desiderio di Dio troviamo questa esortazione: <non tratterai con parzialità il povero né userai preferenze verso il potente> (Lv 19, 15). Questa messa in guardia del Levitico rivela quanto sia difficile avere rispetto, amore e attenzione per quanti non possono imporsi alla nostra attenzione, e neppure possono, in nessun modo, pretendere il nostro rispetto e la nostra cura. La parola con cui si apre il cosiddetto “Codice dell’Alleanza” del libro del Levitico, che tutti i bambini ebrei imparano a memoria già in tenera età, risuona solenne: <Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo> (19, 2).

Il Signore Gesù sembra mutare l’imperativo spirituale di questa esortazione in un indicativo, apparentemente meno solenne, eppure tremendamente dirimente: <In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me> e la conseguenza è radicale: <E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna> (Mt 25, 45-46). Se l’esortazione del Levitico ci fa sentire tutta la grandiosa fiducia di Dio nella nostra possibilità creaturale di partecipare alla sua radiosa santità, la parabola ci ricorda che il luogo e il modo dell’appuntamento con la santità è fissato semplicemente nella più banale quotidianità. Questo incontro avviene laddove la carne dell’altro e le storie – spesso poco radiose – di ogni altro, diventano appello di presenza, di sollecitudine, di sguardo e, talora, ancora più semplicemente e banalmente, di silenzioso rispetto dei cammini che incrociamo e che forse non comprendiamo. Nessuna esperienza di trascendenza sarà capace di farci sperimentare la <vita eterna> se non sarà incarnata in un amore maturo che, senza saperlo e quasi senza volerlo, si misurerà sempre di più con <i più piccoli> fino a scoprire e amare di essere non per loro… ma uno di loro! 


1. bSanh 98a citato da B. STANDAERT, Marco, vangelo di una notte, vangelo per la vita, EDB 2011, vol. 3, p. 597. 

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