Convertire… la porta
II settimana T.Q.–
Il testo evangelico del “ricco epulone” che la liturgia offre alla nostra meditazione in questo giorno si apre offrendo lo sfondo di tutto il dramma che sarà presentato in seguito: <C’era un uomo … Un mendicante> (Lc 16, 19-20). E questi due personaggi sono divisi tra loro da una <porta> che rimane chiusa, inesorabilmente chiusa: non v’è nessuna comunicazione tra interno della casa ed esterno, chissà se il ricco si è reso conto che qualcuno <giaceva alla sua porta> (Lc 16, 20)? Chissà se anche alla nostra porta e sulla soglia della nostra vita non giace qualcuno senza che noi ne sappiamo assolutamente nulla… senza che vogliamo saperne nulla!
Luca aggiunge poi una pennellata tutta sua: <perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe> (Lc 16, 21) e con questa nota si dice – senza dirlo – che chi si chiude in “casa propria” è peggio di un cane e di lui ben si può dire con il profeta: <Più fallace di ogni altra cosa è il cuore e difficilmente guaribile> (Gr 17, 9). Si potrebbe parafrasare dicendo che non c’è nulla di più chiuso di una porta che non si vuole aprire.
Per guarire il cuore bisognerebbe dunque imparare dai cani che <venivano a leccare le sue piaghe> ricevendo in cambio non si sa bene cosa visto che Lazzaro era come un cagnolino che cerca di sfamarsi sotto la tavola del ricco, ma la porta è chiusa! Forse la ricompensa per questi cani era solo una carezza e la reciproca compagnia…! Forse! Comunque, più povero è il ricco che <quando viene il bene non lo vede> (Gr 17, 6)!
Ma ecco che la morte spalanca per tutti la sua Grande Porta che non è che l’abisso e il cielo aperti alla cruda verità: ormai non è più possibile non vedere o far finta di non vedere ma <levò gli occhi e vide lontano…> (Lc 16, 23). Quella lontananza che è stata creata, vissuta e coltivata per il tramite di una semplice porta chiusa sulla terra – a un passo l’uno dall’altro – assume la forma definitiva di ciò che spiega tanto amorevolmente Abramo: <tra noi e voi è stabilito un grande abisso> (Lc 16, 26) e non si può più passare da una parte all’altra. Una porta mai aperta si trasforma impercettibilmente ma ineluttabilmente in abisso.
Punizione divina? Forse più semplicemente e più veramente divina esortazione a stare attenti alle porte nella nostra vita, alla porta che è il nostro cuore: solitamente chiuse le porte vanno aperte per far passare l’altro per accoglierlo nella mia intimità e renderlo partecipe del mio bene. Se non apriamo la porta è perché ci sentiamo autosufficienti e se ci sentiamo autosufficienti dobbiamo dimostrare di essere tali non solo nella prosperità ma anche quando <la fiamma mi tortura> (Lc 16, 24).
Il povero ricco non aveva bisogno di acqua ma di qualcuno che gli bagnasse la lingua con <la punta del dito>: sete di un pur esilissimo contatto che sarebbe stato capace di trasformare l’inferno dell’assoluta distanza e solitudine in un purgatorio capace di purificare il cuore in vista di una comunione più grande. Diamo uno sguardo fuori dalla nostra porta che non ci capiti che qualcuno vi giaccia in compagnia di qualche cane che gli lecca le piaghe: apriamo la porta e imitiamo il buon Samaritano che <gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino> (Lc 10, 34) anche solo con la punta del dito…!





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