Convertire… il sogno
II settimana T.Q.–
Le letture di oggi mettono sotto i nostri occhi due padri – Giacobbe e il Padrone della vigna – e due figli – Giuseppe e il figlio primogenito – e in sottofondo vi è questa idea del padrone della vigna: <Avranno rispetto di mio figlio!> (Mt 21, 37). In questa segreta speranza che fa tutt’uno con una sorta di evidenza affettiva si esprime fino in fondo la bellezza ma anche la rischiosità di ogni legame di predilezione che – non raramente – si trasforma in una sorta di esposizione al pericolo e ad una sorta di inconscia rappresaglia come quella scatenata da Erode, quando il sogno-Gesù era ancora in fasce (Mt 2, 16). Infatti sia Giacobbe che il Padrone della vigna amano il proprio figlio anzi ancora di più poiché <il padre amava lui più di tutti i suoi figli> (Gn 37, 4). Chi ama e chi ama molto è indotto a pensare che anche gli altri non potranno che amare colui che è amato e questo almeno per rispetto a Colui che ama!
Ma la Parola e l’esperienza della vita sembrano dirci proprio il contrario. Laddove ci aspetteremmo che l’amore generi amore ecco che invece esso rischia di generare l’odio. All’immagine di questo amore viscerale di Giacobbe per Giuseppe che rappresenta la memoria vivente dell’amore appassionato per Rachele corrisponde infatti una nota di fraternità alquanto inquietante: <lo odiavano e non potevano parlargli amichevolmente» (Gn 37, 4). Un sentimento la cui intensità è analoga a quello provato da Giacobbe ma che conduce ad un atteggiamento ben diverso nei confronti di Giuseppe e genera una terribile decisione: <venite, uccidiamolo> (Mt 21, 38).
Ci si potrebbe chiedere quale sia la colpa di questi due figli se non quella di essere tali, di essere amati ma è proprio questo essere amati che induce gli altri ad avere bisogno – un bisogno primario – di sopprimere chi è amato per illudersi di superare così finalmente il fatto di non essere amati in quel modo non riuscendo ad accettare di essere amati in modo diverso soprattutto con minore intensità.
Di Giuseppe si dice <ecco il sognatore arriva!> (Gn 37, 19) di Gesù non si dirà molto diverso e sotto la croce non si troverà di meglio che farsi <beffe di lui> (Mc 15, 31). In realtà una cosa è sognare e un’altra illudersi. Il sogno è un dono gratuito che arriva proprio quanto la nostra volontà è addormentata – appunto mentre dormiamo – l’illusione è invece il frutto di un lavoro mentale impegnativo e non raramente perverso.
Ecco perché il sogno – in quanto segno – misteriosamente si avvera sempre mentre l’illusione non ha altro destino che frantumarsi sotto i raggi del sole della verità. Il sogno esige l’abbandono della morte perché viva e si realizzi mentre l’illusione impegna tutte le nostre forze mentali e fisiche ma alla fine si rivela nella sua vanità, nella sua mortalità morti-fera e profondamente morti-ficante. Come distinguere il sogno dall’illusione? Guardando a Giuseppe, guardando al Signore Gesù la risposta sembra semplice: dal prezzo da pagare che è quello di addormentarsi in pace lasciando al sogno di apparire e di compiersi senza di noi, oltre noi e nonostante noi stessi.





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