Convertire… la monotonia
II Domenica T.Q. –
La parola dell’apostolo Paolo può essere posta come sfondo alla lunga lettura del vangelo della samaritana: <noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo>. La riflessione di Paolo non si ferma qui ma va avanti come un torrente in piena: <Per mezzo di lui abbiamo, anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. La speranza non delude> (Rm 5, 1-2.5). Al bordo del pozzo di Giacobbe, con delicatezza e forza, il Signore Gesù conduce gradualmente quella donna senza nome che rappresenta bene la nostra umanità assetata di vita e di verità non in modo astratto, ma attraverso una profonda accoglienza che permetta l’emergere sereno del <vero> su se stessi che apre la strada alla <verità> verso la pace rianimando in lei la speranza. Giovanni contestualizza l’incontro in un luogo preciso e simbolicamente forte: <qui c’era un pozzo di Giacobbe> (Gv 4, 6). Come dimenticare che nell’evoluzione interiore della nostra umanità, Giacobbe rappresenta proprio il momento della scoperta dell’amore. Questo è, infatti, il primo patriarca ad innamorarsi fino a pagare con passione il prezzo del desiderio per Rachele. Prendendola per mano, il Signore fa compiere un lungo cammino a questa donna fino a condurla a confessare la sua sete espressa in una confessione di fragilità: <Io non ho marito> (4, 17). Solo questa confessione sincera permette a questa donna di aprirsi finalmente all’incontro con Gesù fino a riconoscere in lui <un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto> (4, 29). Eppure questo non viene percepito né vissuto da questa donna come uno smascheramento imbarazzante, ma come una vera liberazione che permette di uscire dalla ruotine della ripetizione senza <pace> e senza <speranza>.
Il Signore Gesù siede al pozzo come un innamorato che chiede per darsi: <Dammi da bere!> (4, 7). La nota introduttiva della prima lettura è una foto di quello che è lo stato della nostra umanità: <il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua> e per questo <il popolo mormorò contro Mosè> (Es 17, 3). Questa donna non mormora, ma sembra rassegnata a questo quotidiano andirivieni dal pozzo tanto da prendere quasi in giro lo sconosciuto del pozzo non senza dire la verità della sua fatica: <dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua> (Gv 4, 15). La conversazione tra quest’uomo e questa donna è così vera da essere rinfrescante, pacificante, capace di rimettere in moto la speranza. L’acqua indispensabile alla sopravvivenza diventa segno della ripetizione e della routine che assicura la vita. La donna soffre la monotonia di questo continuo andare al pozzo per attingere acqua. Il Signore rompe questa maledizione della ripetizione e della monotonia per aprire un nuovo scenario possibile fino a confessare la sua più grande fatica che la porta a cercare vita in vari <mariti> come a pozzi che danno acqua ma non dissetano veramente perché non sanno dialogare in verità fino a dire tutto <il vero> e mettersi in cammino verso la <verità>.
La parola di Paolo che ricorda come il Signore ha dato la vita per noi che non lo meritiamo <… dabbene…> si concretizza con il primo passo: accettare di parlare con una donna con cui nessuno accetterebbe di parlare.






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