Convertire… il profeta

III settimana T.Q.

Il Signore Gesù si presenta a Nazareth in veste di <profeta> (Lc 4, 24) con un’autocoscienza così nitida da offuscare le aspettative di quanto vivono nella sua <patria>. Eppure, il Signore Gesù non ha nessun timore di rimettersi <in cammino> (4, 30) in un modo diverso da quello sperato, e si mostra così capace di essere annunciatore di una parola e, al contempo, di essere sensibile ad accogliere i messaggi che gli vengono dagli altri e che cambiano, sostanzialmente, il suo programma e il suo desiderio. Gesù ne prende atto senza lasciarsi andare né alla collera né a quella sottile depressione che nasce dalla frustrazione. Per questo è capace di dire una parola: <nessun profeta è bene accetto nella sua patria> (Lc 4, 24) ed è in grado di aggiungere ad essa un gesto ancora più chiaro: <passando in mezzo a loro, si mise in cammino> (4, 30). Nel Vangelo secondo Luca siamo solo agli inizi del ministero di Gesù, eppure tutto sembra già molto chiaro e per il Signore e per quanti sono chiamati a misurarsi – fino a scontrarsi – con il suo annuncio. Questo annuncio crea dentro il cuore dei suoi ascoltatori un combattimento grande: da una parte vi è l’attrazione forte per quello che il giovane maestro può rappresentare e dall’altra, c’è una folle paura che questo modo di intendere le cose di Dio e degli uomini, crei più problemi di quanti, in realtà, ne risolva.

Di questo combattimento, che è anche il nostro, ci parla la prima lettura attraverso l’evocazione della figura della disputa che si accende tra <Naamàn, comandante dell’esercito del re di Aram> che <era un personaggio autorevole presso il suo signore e stimato> (2Re 5, 1) e il profeta Eliseo. Questi sembra non fare nessun caso al rango e si concentra invece sulla necessità che conduce quest’uomo potente fino alla sua porta su consiglio di <una ragazza> (5, 2). Non ci sfuggano i preparativi di Naamàn: <Partì dunque, prendendo con sé dieci talenti d’argento, seimila sicli d’oro e dieci mute di abiti> (5, 5). Si potrebbe dire che il grande cammino interiore che Naamàn è costretto a fare – suo malgrado – è quello di partire carico di beni che sono, potenzialmente, dei doni per ritrovare la guarigione e per tornare carico di qualche zolla <di terra> (5, 17) di Israele dopo che Eliseo <rifiutò> (5, 16) il suo dono. Non sarà facile per Naamàn accettare che Eliseo lo guarisca, non lo lusinghi né si faccia lusingare, bensì lo tratti con un’indifferenza, tale da farlo sentire non molto diverso dai suoi <servi> (5, 13) i quali si dimostrano ben più saggi, perché molto più pratici di lui: <Padre mio, se il profeta ti avesse ordinato una gran cosa, non l’avresti forse eseguita? Tanto più ora che ti ha detto: “Bàgnati e sarai purificato”> (5, 13).

Perché il corpo di questo notabile recuperasse la bellezza e la sanità del <corpo di un ragazzo> (5, 14) era necessario un processo di semplificazione che passa sempre attraverso l’umiliazione di ciò che in noi ci fa sentire talmente speciali da avere sempre bisogno di un trattamento speciale. In realtà forse fu questo ad irritare così tanto i compaesani di Gesù, da pensare non solo di <cacciarlo> ma di precipitarlo dal <ciglio del monte> (Lc 4, 29). Gesù è un profeta che non solletica la nostra fantasia di spettacolarità e la nostra sete di privilegi, ma ci richiama al compito dell’ascolto e della fedeltà al quotidiano nel quotidiano, alla capacità di essere veramente <in cammino> per essere autenticamente <profeta>.

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