Convertire… ora

III settimana T.Q.

Mosè parla al popolo con una grande urgenza: <Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno> (Dt 4, 1). Questo solenne “Ora” significa non solo “adesso” – a livello temporale -, ma può essere inteso come un <quindi> e ancora come un <è ormai ora!>. Mosè si rivolge al popolo chiamandolo <Israele> e in questo modo si evoca tutto il cammino compiuto insieme – con momenti di gioia come di grande dolore – per arrivare a sentire questa reciproca appartenenza, che si fa “identità” davanti agli altri, fino a sentire di essere <una grande nazione> (4, 7) e desiderare di essere riconosciuti come <un popolo saggio e intelligente> (4, 6). L’urgenza di cui si fa portavoce Mosè, è l’urgenza propria di chi ha la consapevolezza di avere ricevuto un dono e sente la responsabilità di custodirlo con amore e con dedizione. Di fatto il verbo ebraico che traduciamo con <mettiate in pratica> (4, 1), letteralmente rimanda a quel sentimento di custodia e di cura che si ha per le cose e per le persone che riteniamo preziose e care. Per tre volte in questo discorso di Mosè compare il binomio <leggi e norme> le quali non custodiscono un codice freddo con cui confrontarsi e da cui sentirsi continuamente giudicare, fino ad avere la sensazione, talora, di esserne oppressi, bensì rivelano un amore liberante tutto da accogliere e da sperimentare.

Le <leggi e norme> (4, 5) sono la memoria di una relazione che è capace di conferire dignità e libertà fino ad essere motivo di santa gelosia da parte degli altri popoli perché <quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli> (4, 6). Il Signore Gesù parla come Mosè e, per certi aspetti, cerca di riportare a Mosè quell’intelligenza delle Scritture che, col tempo, si è notevolmente sclerotizzata, tanto da perdere la sua bellezza, la sua attrattiva, la sua leggerezza, trasformandosi in qualcosa con cui si è costretti, ogni giorno, a fare i conti. Il rischio è che non si avverta, in realtà, il desiderio e la gioia che viene evocata con accenti di fierezza dal salmista: <Così non ha fatto con nessun’altra nazione, non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi> (Sal 147, 20). Non si tratta dell’esclusivismo emarginante e saccente, ma si tratta dell’espressione di un amore ricevuto e ricambiato. Esso, per sua natura, ha bisogno di esprimersi con tono di affettiva esclusività, ma che si manifesta in esigenza di condivisione.

Il Signore Gesù ha quasi bisogno di schermirsi e persino un po’ di difendersi: <Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge e i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento> (Mt 5, 17). Questo compimento non può che esprimersi attraverso i dettagli di un amore, di una cura, di una dedizione che, in nessun modo, può essere fatta “grosso modo”, ma esige l’attenzione ad ogni particolare e a tutti i gesti più <minimi> (5, 19). Come sarebbe incomprensibile dire ad una persona: “ti amo approssimativamente” o ti “desidero grosso modo”, così nella relazione con Dio non è assolutamente pensabile un cammino che non abbia bisogno di scendere nel particolare fino a giocarsi ed esprimersi nei più minimi particolari. Allora la parola di Mosè sembra fare tutt’uno ed esprimersi in pienezza, nella predicazione del Signore Gesù: <Ma bada e guardati dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno visto, non ti sfuggano dal cuore per tutto il tempo della tua vita> (Dt 4, 9). In realtà, <le cose> sono nel testo <le parole> e in tal modo siamo rimandati continuamente a risalire dall’oggettività fredda dell’osservanza, alla calda relazione personale.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *