Convertire… in banchetto

Sabato dopo Le Ceneri –

La Parola di Dio che ieri abbiamo accolto, attraverso le Scritture, ci ha posto una domanda attraverso quella dei discepoli del Battista: <Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?> (Mt 9, 14). Questa domanda, ritrovata nei primi giorni del nostro cammino quaresimale, è assai intrigante anche perché rimanda direttamente all’esortazione che abbiamo ascoltato all’inizio della Quaresima quando il Signore ci ha richiamato a pregare, amare e digiunare nel segreto e non come se, il nostro digiuno, fosse una performance religiosa. La risposta del Signore alla questione del digiuno diventa esortazione ad entrare in una logica sponsale più sensibile e attenta al fine che si persegue e al modo interiore con cui si pratica piuttosto che alla sua frequenza: <molte volte>! Oggi, ci ritroviamo catapultati direttamente attorno alla <tavola> (Lc 5, 29) dei pubblicani e dei peccatori in casa di Levi. Quest’uomo da essere <seduto al banco delle imposte> (5, 27), si ritrova a presiedere – <nella sua casa> – non un semplice spuntino o un informale aperitivo, ma un <grande banchetto> (5, 29).

Sembra proprio che ci sia sempre qualcuno che si sente imbarazzato, infastidito e forse persino, sottilmente oltraggiato, dalla gioia e dalla serenità. Ed ecco che ancora una volta spunta un’altra domanda che viene catalogata dall’evangelista tra le cose più gravi che si possano fare, visto che la ritiene una mormorazione. Questa volta essa viene dalla parte dei farisei e i loro scribi che forse, per timore di essere umiliati, cercano di raggiungere il Maestro attraverso i suoi discepoli: <Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?> (5, 30). Il Signore Gesù non si avvale della mediazione dei suoi discepoli ma si assume tutta la responsabilità, e forse un po’ di soddisfazione, nel rispondere a scribi e farisei. La sua parola è capace di mettere in chiaro il grande problema del cuore dei suoi interlocutori troppo avvezzo a catalogare con rigore fino ad escludere e marchiare senza pietà. Quanti sono ai loro occhi <pubblicani> e <peccatori> diventano nello sguardo, nel cuore e nella parola di Gesù dei <malati> che, in modo del tutto naturale ed evidente, <hanno bisogno del medico> (5, 31).

In realtà ciò che cambia è lo sguardo e soprattutto ciò che rende tutto diverso è il modo di comprendere che cosa mai voglia significare essere <peccatori>. Per i farisei e gli scribi questa sembra essere una categoria da cui si entra per non uscirne più e questo rafforza l’idea che i <giusti> (5, 32) – di cui si sentono parte – sia anch’essa una specie di club di cui si possiede una sorta di tessera di riconoscimento. Per il Signore Gesù la salvezza non è una questione di club, ma è un banchetto in cui ciascuno mangia secondo la propria fame e in cui, a ciascuno, è data la possibilità di soddisfare il proprio <bisogno>. L’esortazione grave del profeta Isaia ci riguarda e ci riguarda profondamente: <Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore…> (Is 58, 9-10). Il nostro cammino quaresimale ci richiede, personalmente e come comunità di credenti, di imparare a non catalogare, ma ad imitare Levi che da essere al <banco delle imposte> per raggranellare fino ad estorcere, organizza nella sua casa un vero <banchetto> (Lc 5, 29). Secondo gli usi del tempo un banchetto non può che essere a porte aperte e ad esso sono invitati tutti… persino gli scribi e farisei che siamo noi, ma a condizione di non turbarne l’atmosfera di gioia e di <delizia> (Is 58, 14). A questo punto forse capiamo meglio che cosa comporti accogliere e onorare l’appello: <Seguimi!> (Lc 5, 27).

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