Convertire… in coraggio

II settimana T.Q.

L’inesauribile vangelo del “Figliol prodigo” o del “Padre misericordioso” che la liturgia di oggi ci regala ancora una volta, rappresenta un pozzo senza fondo per meditare sulla misericordia di Dio e sull’abisso del nostro bisogno di esserne ricolmati come da una sorgente inesauribile come sogna il profeta: <Tu getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati> (Mi 7, 19). Dopo avere riletto o riascoltato questo testo non si può che acclamare in tutta verità e con una meraviglia del tutto nuova: <Qual Dio è come te?> (Mi 7, 18).

Il Signore Gesù con la sua parabola ci mette di fronte alla necessità del coraggio! I tre personaggi infatti si possono rileggere alla luce di una vita vissuta con coraggio – quella del figlio minore – o di una vita trascinata senza il coraggio di chiedere neppure <un capretto per far festa con i miei amici> (Lc 15, 29) completamente assorbiti – nel caso del figlio maggiore – da una logica di dovere paralizzante e soprattutto raggelante ogni anelito di vita divenendo immancabilmente sospettosa per ogni sussulto di vita.

Il figlio minore, nonostante tutto, ha avuto il coraggio di partire ma ancora più dopo essere partito ha avuto il coraggio di ritornare e di ritornare nudo e affamato. C’è più coraggio nel tornare che nel partire e il figlio minore, pur nella sua delinquenza, non si perde di coraggio anche se questo comporta un atto di umiltà che però viene vissuta in modo del tutto nuovo e maturato dopo aver sperimentato l’abisso dell’umiliazione in compagnia dei <porci> (Lc 15, 15) i quali hanno avuto un ruolo fondamentale nel suo processo di coscientizzazione, solo <allora rientrò in se stesso> (Lc 15, 17) 

In questo il ragazzo è degno figlio di suo padre! Il padre infatti è un vero uomo di coraggio: accetta di dividere i beni, accetta di vedere partire il minore e restare in modo alquanto insignificante il maggiore ma lotta nella lontananza – diversa ma uguale dei due figli – per riportarli appena possibile alla vita: <quando era ancora lontano… gli corse incontro> (Lc 15, 20) e ancora <il padre allora uscì a pregarlo> (Lc 15, 28).

Questo padre non si arrende davanti a nessuno dei due figli e in verità sa che sono uguali e ambedue perduti in se stessi e ambedue da rigenerare continuamente alla vita infondendo in loro il coraggio di andare oltre se stessi. Il Padre del Signore nostro Gesù Cristo si <compiace di usare misericordia> (Mi 7, 18) e usando tutte le sue misericordie in certo modo ci abilita ad interiorizzare nel nostro stesso vissuto questa medesima logica che non si arrende mai e che va sempre avanti: incontro all’altro là dove egli si pone e come gli è concesso di porsi e persino di op-porsi fino a dire: <pascolino in Basan e in Galaad…> (Mi 7, 14)

Di certo ciascuno di noi è figlio e in ciascuno di noi abitano e convivono i due figli della parabola ma la sfida è quella di diventare a nostra volta padri come il padre della parabola. Essere padre secondo il vangelo non significa certo essere riveriti ma essere memori del proprio cammino e dei propri smarrimenti e incoraggiare e sostenere il grande cammino di ritorno, di conversione che fa di un figlio un padre a sua volta. Imitiamo il figlio che ha il coraggio di tornare, imitiamo il figlio che, dopo tante proteste amare, si lascia convincere – questo il testo non lo dice ma ci piace pensarlo e sperarlo – ad entrare. Imitiamo il padre che non si arrende mai né davanti alla partenza del minore né davanti all’indolenza e gelosia del maggiore.

Imitiamo Dio che conserva sempre e comunque la sua <fedeltà e benevolenza> (Mi 7, 20) persino quando sembra un po’ eccessiva. Eppure nessuna festa è degna di questo nome se non c’è un po’ di “eccesso” e, come ricordava amabilmente frère Roger, <il Cristo è venuto ad animare una festa nel più profondo dell’uomo>.

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