Convertire… in regalità

III settimana T.Q.

Il lamento di Daniele trova una risposta nella parabola che il Signore Gesù racconta a Simon Pietro per rispondere alla sua domanda sul perdono. Daniele invoca il suo Signore mettendogli davanti la situazione in cui il popolo, per la sua infedeltà, si è venuto a trovare: <Ora non abbiamo più né principe né profeta né capo né olocausto né sacrifico né oblazione né luogo per presentarti le primizie e trovare misericordia> (Dn 3, 38). Il Signore Gesù provato dalla domanda di Pietro, che esprime tutto il suo disagio davanti alla piega che ha preso l’insegnamento e l’esempio del suo Maestro, non trova niente di meglio che raccontare una parabola per toccare il cuore del suo discepolo ed aprirlo ad un modo diverso di considerare i suoi fratelli: <Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi> (Mt 18, 23). Possiamo ben immaginare l’interiore esultazione dell’apostolo davanti all’idea che prima o poi possa e debba arrivare il tempo per <regolare i conti>. La sua attenzione già colma di una certa soddisfazione si fa tutt’orecchi per capire, finalmente, quando e come si potrà fare questa irrinunciabile operazione. La “suspense” aumenta quando il racconto sembra promettere un’ulteriore chiarificazione: <Aveva cominciato a regolare i conti…> ma <costui non era in grado di restituire…> (18, 24-25).

A questo punto tutto si complica! Normalmente, sempre la nostra idea di giustizia “regolativa” si ingarbuglia quando ci troviamo davanti alle situazioni concrete; quando siamo posti davanti alle persone in carne ed ossa; quando dobbiamo misurarci non con l’astrattezza algida dei nostri sistemi, in cui vorremmo costringere gli altri fino a costipare il mondo. Possiamo immaginare l’accelerazione del battito cardiaco di Pietro, perché sentiamo il nostro cominciare ad aumentare la sua corsa: <Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito> (18, 27). Tutti conosciamo bene il seguito della parabola e la sua triste conclusione che sembra invertire la logica secondo cui sono sempre gli altri ad avere un debito nei nostri confronti dimenticando che, almeno con l’Altissimo, siamo comunque in debito e una spada di discernimento pende inesorabile sulle nostre teste: <Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello> (18, 35).

La sfida è quella di diventare capaci di una regalità che ci faccia simili al nostro Signore e Padre in una capacità di <clemenza> e di <grande misericordia> (Dn 3, 42) che non significa passare sulle cose, ma, attraverso la considerazione seria e rigorosa di ogni aspetto della vita, essere sempre più in grado di andare al <cuore> delle situazioni. Questo si rende possibile a partire dalla conoscenza e dalla consapevolezza di ciò che abita e soffre il nostro stesso cuore. Diventare “regali” è il cammino che la Quaresima ogni anno ci propone e ci permette di vivere. Giorno dopo giorno, ci avviciniamo alla contemplazione del mistero della Croce su cui è confitto il <Re dei Giudei> (Gv 19) o, come interpreta astutamente Michelangelo nella Cappella Sistina, <un re dai Giudei>. La croce giudica il nostro cuore non per le sue debolezze che sono insite alla nostra natura, ma per la sua capacità di diventare sempre più regale come l’icona rivelativa del Padre, che è il Crocifisso, il quale dal suo trono e talamo regale che è la croce non fece, che supplicare fino all’ultimo: <Padre, perdonali…> (Lc 23). Non c’è più bisogno di nessun olocausto!

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