Convertire… in straordinario

I settimana T.Q.

La parola con cui il Signore esorta i suoi discepoli, non si contrappone affatto a quanto è stato già annunciato al popolo attraverso Mosè sul Sinai le cui norme sono donate ad una condizione: che siano osservate <con tutto il cuore e con tutta l’anima> (Dt 26, 16). Il cammino quaresimale si offre, ancora una volta per noi, come una lunga strada di ritorno al cuore, con quelle che sono le esigenze e le scommesse di un modo di entrare in relazione con le prescrizioni, uno stile che non può in nessun modo essere legalista ed esteriore, ma che si approfondisce fino ad essere sempre più coinvolgente. La parola del Signore Gesù risuona volutamente provocatoria: <E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario?> e aggiunge <Non fanno così anche i pagani?> (Mt 5, 47). Lo straordinario cui il Signore ci invita, non è altro che dare all’ordinario delle relazioni umane, sempre e necessariamente difficili, un respiro talmente profondo da raggiungere e trasformare la radice di ogni umano contatto conferendogli una qualità che potremmo definire divina e che Gesù chiarisce senza dubbio alcuno: <affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti> (5, 45).

Quando il Signore ripete anche a noi che siamo <suo popolo particolare> (Dt 26, 18) ci mette in guardia da ogni particolarismo ed esclusivismo aprendoci, invece, ad un senso di universalità che comincia dalle profondità del nostro cuore, sempre più conforme al nostro Creatore. Lo <straordinario> evocato nel Vangelo diventa allora un vero e proprio modo, del tutto naturale, di stare al mondo e di creare un modo di relazioni che se si gioca nell’orizzontalità delle relazioni quotidiane. Esso è sempre vissuto con lo sguardo fisso verso ciò che è definito come <il Padre vostro celeste> (Mt 5, 48) il cui volto non fa che rammentare quello dei nostri fratelli e persino dei nostri <nemici> (5, 44). La parola del Signore Gesù diventa per noi uno stimolo ad andare ben oltre le nostre ferite, per riandare continuamente – con il cuore e con la mente – a quel mistero di amore che sta a fondamento della nostra vita, mistero da cui possiamo sempre ripartire per amare di più.

La prima forma dell’amore, forse quella più basica, è il rispetto della realtà e dell’alterità di chiunque incroci il nostro percorso esistenziale. Rinunciare alla necessità quasi istintuale di catalogare in <giusti> e <ingiusti>, buoni e cattivi, amici e nemici, è il passo necessario per lasciare che l’altro viva accanto a noi e noi stessi possiamo continuare a vivere nella pace. Nell’atteggiamento del Padre avocato dal Signore Gesù sembra persino esserci una dose di indifferenza che è la forma di quel distacco necessario e di quella solitudine irrinunciabile che ci permette di vivere fino a lasciar vivere gli altri. L’essenziale è fare ogni cosa <con tutto il cuore e con tutta l’anima> (Dt 26, 16). L’importante è saper distogliere lo sguardo dall’orizzontalità deprimente delle nostre paure per elevarlo verso <il Padre> (Mt 5, 48).

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