Non si può!

II Settimana T.O. –

La parola del Signore Gesù richiama una realtà così scontata della vita e delle relazioni umane: <non possono digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro> (Mc 2, 19). Questa parola assume il suo significato più profondo perché rappresenta la risposta del Signore Gesù all’imbarazzo e all’acredine dei farisei che, come si dice in apertura del testo, <stavano facendo un digiuno> (2, 18). Per comprendere meglio la provocazione del Maestro che pure ha praticato generosamente il digiuno, è forse utile immaginare che avvenga il contrario: cosa potrebbe indicare il fatto che degli invitati a nozze per motivi del tutto rispettabili invece di banchettare continuassero a digiunare e a rattristarsi? Ciò rivelerebbe che nella concorrenza tra un sentimento o un bisogno personale – del tutto rispettabili – e la necessità di onorare la gioia delle nozze si sceglierebbe di dare più peso a se stessi manifestando così di non essere in grado di dare la precedenza all’altro.

È su questo che il Signore, parlando ai farisei, si rivolge a ciascuno di noi rivestendo la figura dello sposo obbligandoci così a discernere se sappiamo dargli nella nostra vita il posto d’onore oppure teniamo di più a noi stessi, ai nostri ritmi interiori ed esteriori. Jan Ruysbroeck così commenta: <In questo modo Cristo, nostro sposo fedele, si unì alla nostra natura, venne a visitarci in una terra straniera e ci insegnò i costumi celesti e una perfetta fedeltà. Come un campione, ha faticato e ha combattuto contro i nostri nemici, ha distrutto il carcere ed è uscito vincitore dalla lotta. Con la sua morte, ha messo a morte la nostra morte, ci ha riscattato con il suo sangue, ci ha liberati, nel battesimo, con l’acqua del suo costato (Gv 19,34), e con i suoi sacramenti e i suoi doni ci ha resi ricchi, affinché uscissimo, agghindati con ogni sorta di virtù, e lo incontrassimo nel palazzo della sua gloria, per godere di lui senza fine, per l’eternità>1.

Davanti a Cristo che si pone di fronte a noi quale sposo che ci vuole introdurre in una dimensione nuova e gioiosa di vita, ricade su di noi la scelta di acconsentire o di rimanere invece prigionieri nella casa delle nostre abitudini. Il rifiuto di Saul da parte del Signore per bocca dello stesso profeta Samuele che lo aveva unto re d’Israele, rammenta al nostro piccolo grande fariseo interiore come ciò che è caro al cuore di Dio non sono <i sacrifici quanto l’obbedienza alla voce del Signore> (1Sm 15, 22). L’obbedienza – non come la intende Saul che protesta e si difende (15, 20) – ma quale relazione vera, profonda, sponsale, passionale e appassionata tanto da essere sempre rivolta al futuro e non impietrita nel passato. Siamo noi i figli della sala delle nozze che, secondo l’espressione semitica, indica gli amici dello sposo che si fanno animatori principali della festa nuziale. Siamo noi a essere chiamati dal Signore-Sposo ad animare per l’umanità-Sposa la festa nuziale in cui Cristo incontra ogni uomo e ogni donna e, prendendolo in braccio, fa varcare la soglia della porta del regno che viene.


1. Jan Ruysbroeck, Le nozze spirituali, prologo

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