Quale potenza?
V Domenica T.O. –
Quando si vuole indicare la capacità illuminativa di una lampadina si parla di “potenza” e, l’apostolo Paolo, oggi ci rivela quale sia la potenza di quella <luce> (Mt 5, 14) che siamo chiamati ad essere non solo per noi stessi, ma per il mondo intero. Il Signore Gesù non ha nessun dubbio: <non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa> (5, 14-15). Eppure, questa luce non ci appartiene e la sua fonte non è in noi, ma viene da più lontano. È il frutto di una connessione profonda, come avviene in un impianto elettrico. Questa connessione risale fino alla presenza di Dio dentro di noi, il cui fulgore illumina e rende luminosa la nostra vita. Il profeta Isaia, in uno dei testi più critici contro l’ipocrisia che sovente si trasforma in indifferenza per la sorte e la vita del proprio fratello, mette in relazione profonda la sensibilità religiosa autentica con una capacità e volontà di coinvolgersi veramente nella vita e, soprattutto, nella sofferenza del fratello: <Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto> (Is 58, 8).
Il profeta Isaia non lascia nessun dubbio, questo potrà avvenire ad una condizione che sembra ineludibile e, in ogni modo, necessaria per discernerne il grado di autenticità e di affidabilità: <se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio> (58, 10). L’esempio di Paolo, così come egli presenta se stesso alla comunità cristiana di Corinto, si offre come una guida nel lasciare che si attui in noi questo progressivo mistero di apertura al mistero di una luce di cui siamo chiamati ad essere conduttori e persino trasformatori, in modo che essa possa illuminare senza far saltare: <Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione> (1Cor 2, 3).
La comunità di Corinto era abituata alle tinte e ai sapori forti, essendo molto vivace, ed è proprio a questi cristiani, amanti delle cose appariscenti e delle esperienze rilevanti, che l’apostolo Paolo rivela che la luce del vangelo non è un faro che acceca e confonde, ma assomiglia di più alla fioca luce che si pone accanto al letto di un ammalato o di un bambino per consolare, rassicurare, confortare. Anche a noi, proprio a ciascuno di noi è affidata la luce del Vangelo per poterla donare con discrezione e infinito amore, memori sempre, e in ogni situazione, della conclusione dell’apostolo, una conclusione che diventa un monito e un criterio di discernimento per ogni desiderio ed esperienza di testimonianza: <perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio> (2, 5). Siamo così ricondotti all’altra immagine che il Signore Gesù usa nel Vangelo, quella del sale che, se è vero che non deve perdere il <sapore> (Mt 5, 13), è anche vero che non deve coprire, ma, al contrario, esaltare il sapore proprio e caratteristico di una pietanza. Anche in questo caso la potenza si fa misura discreta e, proprio come avviene in cucina, si apprende, con l’esperienza, a dosare giustamente e sempre più saggiamente.






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