Santa collera
II Settimana T.O. –
Gesù pone uno sguardo di collera sul suo auditorio a motivo della durezza di cuore di quanti – proprio i devotissimi farisei – dovrebbero essere, invece, i più sensibili al disegno amorevole di Dio per il suo popolo e in particolare per i più piccoli e poveri: <guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato…> (Mc 3, 5). Quello che il Signore Gesù pone sui farisei assomiglia tanto allo sguardo che il giovane e piccolo Davide pone sul tracotante Golia. La collera irosa di Golia e dei farisei si scontra con la santa collera di Gesù e di Davide: <Tu vieni a me con la spada, con lancia e con l’asta. Io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti, Dio delle schiere d’Israele, che tu hai sfidato> (1Sam 17, 45). Il campo di battaglia tra i figli di Israele e i Filistei si tramuta in un campo di battaglia più sottile <nella sinagoga> (Mc 3, 1) dove si affrontano due logiche assolutamente contrastanti: quella della tracotanza religiosa così simile a quella di Golia e quella del Vangelo di Gesù Cristo che mette sempre al primo posto il bene di chi ha più bisogno e di cui nessuno si interessa. Eppure l’effetto di questa presa di posizione è amarissimo: <i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire> (3, 6). A ben guardare non sarà poi così tanto diverso l’effetto dell’eroico gesto del giovane Davide che abbatta il Filisteo <benché non avesse spada> (1Sam 17, 50) che genererà la cieca e accecante gelosia di Saul che sarà la fonte di molte prove ed umiliazione per il pastorello, giovane e bello, di Betlemme.
Il Signore Gesù si scaglia con una prestanza analoga a quella del coraggioso Davide contro la cecità dei farisei che, in realtà, sono malati – forse ancor più malati – di quell’uomo che <aveva la mano paralizzata> (Mc 3, 1). Essi sono malati dell’ossessione di tenere in piedi un sistema che si è svuotato di senso e in cui forse non credono neppure loro stessi tanto da ammalarsi di una fedeltà alla Legge talmente mortifera e mortificante da renderla complice di decisione di morte. Non possiamo nascondere un certo sgomento davanti a tutto ciò che si fa domanda: com’è possibile decidere la morte di qualcuno o accettare una vita menomata e diminuita in nome di Dio? Difatti, bisogna riconoscerlo onestamente, siamo – più o meno consapevolmente – ben più pronti ad attribuire a Dio la fonte dei nostri mali e delle nostre disgrazie più che lasciarci veramente toccare dalla sua salvezza che ci rende sempre più capaci di vivere in pienezza. Eppure ogni volta che cediamo a questo modo di pensare a Dio si genera uno strano modo di pensare all’umano che ci abita e con cui ogni giorno dobbiamo relazionarci, cadiamo in una sorta di suicidio. Nella prima lettura troviamo che Davide disarmato: <fece un salto e fu sopra il Filisteo, prese la sua spada, la sguainò e lo uccise, poi con quella gli tagliò la testa> (1Sam 17, 51). La stessa cosa farà Giuditta con Oloferne accasciato sul suo letto regale. Sì, per quanto male possa fare il male, alla fine non può che suicidarsi perché sempre impreparato a sostenere il mite assalto di ciò che vuole il bene e, per questo, fa’ del bene: <Tendi la mano!> (Mc 3, 5).





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