Sovrabbondare
XXI settimana T.O. –
Vegliare non è semplicemente il contrario di dormire, ma significa evitare accuratamente di cadere in un torpore che ci fa rischiare di non accorgerci di nulla e di nessuno. Ora, nell’esistenza che noi conduciamo, richiamo spesso di addormentarci e di sognare ad occhi aperti senza però darci tempo e modo di sognare in verità. Per sognare, infatti, secondo il Vangelo è necessaria un di più di attenzione che è sempre la forma di un di più di amore capace di darsi e di coinvolgersi nell’attesa. Chiudere gli occhi sulla realtà che ci circonda e che ci abita equivarrebbe a non regalarci più la possibilità di sognare e di aspettarci qualcosa dalla e nella vita. Il rischio è sempre quello di confondere il dinamismo vitalizzate della fede con l’anestetico della religiosità che autorizza a non sentire e a non affrontare la laboriosità delle relazioni. Questo esige la capacità e la volontà di non distrarsi e di non di-vertirsi non perché si ceda a un atteggiamento mortificante della vita, ma perché non ci si lascia andare alla superficialità: esserci è il primo passo perché la vita ci venga incontro e ci sospinga verso l’avvenire.
Dorme chi vive distratto pensando invece divertirsi avendo il cuore e la mente da un’altra parte rispetto al luogo in cui si trova e in cui si dovrebbe trovare. Il Signore Gesù ci chiede di essere vigilanti e di tenere gli occhi e gli orecchi tesi per scrutare i minimi segni del suo ritorno che si attua attraverso gli eventi e gli avvenimenti quotidiani tra le vicende della storia. Perfino in prossimità della sua passione il Signore Gesù riceve la bevanda che lo avrebbe stordito per vivere all’altezza del suo amore. Non si tratta di anticipare la morte, ma di imparare a vivere di più e meglio. Il Signore non definisce beato il servo che troverà in atto di redigere un memoriale di se stesso, bensì quello che troverà al suo lavoro che è appunto un servizio proteso al bene degli altri: <per dare loro il cibo a tempo debito> (Mt 24, 45). Lungi dal distoglierci dalla vita, l’attesa del ritorno del Signore ci rende sempre più sensibili alle esigenze della vita.
Il vissuto concreto e quotidiano è il già di ciò che ancora non vediamo e attendiamo tanto da mettere in pratica l’esortazione dell’apostolo che fa tutt’uno con la sua speranza per quanti ama e da cui è stato così amato: <Il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro amore per voi> (1Ts 3, 12). Una vita profondamente e durevolmente protesa nel desiderio e nella speranza di un compimento che ci supera, non può che essere segnata da una cura e un’attenzione piene di delicatezza e di umile servizio. In caso contrario non potremo che pensare di essere signori di noi stessi e quindi cercheremo in tutti i modi di imporci agli altri dimenticando la nostra parità fraterna e la nostra vocazione a servire. Una simile resa alla dimenticanza e all’orgoglio non può che intristire la vita: <lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti> (Mt 24, 51).
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