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V Settimana T.O. –

La supplica di Salomone risuona sotto le meravigliose arcate del tempio appena costruito e solennemente dedicato, con una preghiera che tocca il cuore di Dio, ma che tocca pure il cuore dell’uomo che, rivolgendosi al suo Creatore, impara ad essere sempre più, in verità, una creatura: <Ascolta la supplica del tuo servo e del tuo popolo Israele, quando pregheranno in questo luogo> e aggiunge <Ascoltali nel luogo della tua dimora, in cielo; ascolta e perdona!> (1Re 8, 30). Ogni volta che chiediamo al Signore di ascoltarci e lo impetriamo di perdonarci, in realtà, non facciamo che riconoscere di avere un profondo bisogno di continua conversione. Nel vangelo ci troviamo in uno dei momenti di più grande tensione tra Gesù e i farisei i quali <Avendo visto che alcuni suoi discepoli prendevano cibo con mani impure… lo interrogarono> (Mc 7, 2.5). Proprio i farisei e gli scribi, che si vantano di essere così fedeli alle prescrizioni della Legge fino allo scrupolo, si mostrano poco disponibili ad ascoltare e molto più inclini ad interrogare o, più subdolamente, a giudicare: <Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?> (7, 5). 

La risposta del Signore Gesù non è denigratoria del comportamento dei farisei, ma mette in luce la debolezza e l’ambiguità del loro modo di concepire l’osservanza religiosa che rischia di essere più un modo di rassicurarsi socialmente che di aprire dei reali percorsi spirituali: <Bene ha profetato Isaia di voi ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini> (7, 6-7). Con queste parole il Signore Gesù mette il dito direttamente nella piaga di ogni culto che non è capace di trasformare e ravvivare veramente la vita facendo sì che essa sia veramente abitata e continuamente rinnovata da una relazione viva con Dio. Salomone inaugurando il culto nel tempio ricorda a se stesso, al popolo e a Dio il fondamento do ogni espressione religiosa e cultuale che si fonda necessariamente sulla memoria: <Tu mantieni l’alleanza e la fedeltà verso i tuoi servi che camminano davanti a te con tutto il cuore> (8, 26).

Se non si resta vigilanti e in perenne esercizio interiore di autentico ascolto è chiaro che non si può che arrivare a meritare il rimprovero cocente del Signore: <Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi> e, come se non bastasse, la conclusione è tremenda: <E di cose simili ne fate molte> (Mc 7, 13). L’ascolto che, come credenti, dobbiamo continuamente a Dio è come se misteriosamente si ritorcesse contro Dio andando a favore di una sorta di auto-ascolto così compiaciuto da diventare compiacente con se stessi: <Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione> (7, 9). Non ci resta che fare nostro uno dei passaggi della splendida preghiera di Salomone per chiedere a Dio di non lasciarci in balia di noi stessi: <Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa> (1Re 8, 29). Si tratta della casa del nostro cuore, di quello spazio intimo e segreto in cui operiamo le nostre scelte più vere e quelle più qualificanti la nostra vita di credenti.

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