Per amore
V Settimana T.O. –
Facciamo una certa fatica ad accettare una così triste fine della gloriosa storia di Salomone la cui sapienza aveva incantato la regina di Saba: <e il suo cuore non restò integro con il Signore, suo Dio, come il cuore di Davide, suo padre> (1Re 11, 4). Così pure facciamo ancora più fatica a comprendere e accettare la durissima reazione che il Signore Gesù ha nei confronti di una madre in pena per la propria figlia: <Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini> (Mc 7, 27). La motivazione che troviamo da parte dell’agiografo quasi per giustificare sottilmente il mitico re Salomone è che <le sue donne gli fecero deviare il cuore per seguire altri déi> (1Re 11, 4). Qualcuno potrebbe dire che siamo sempre di fronte alla stessa storia per cui gli uomini danno la colpa alle donne!
Nel vangelo, apparentemente, la situazione non è molto diversa. Una donna – ancora una volta straniera – sembra tentare il Signore Gesù di interessarsi a persone e situazioni che, secondo la stretta logica dell’appartenenza al popolo di Israele, non dovrebbero interessare affatto a un devoto rabbi. In realtà, in Gesù, possiamo vedere come non è vero che l’uomo debba semplicemente soggiacere alle tentazioni o più semplicemente alle richieste che gli vengono da parte di una donna, ma è chiamato a lasciarsi interrogare e non semplicemente a lasciarsene passivamente e incolpevolmente influenzare. Di fatto, la reazione del Signore non può che turbare, ma diventa pure l’occasione per chiarire ulteriormente il proprio bisogno e rivelare il proprio grado di consapevolezza: <Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli> (Mc 7, 28).
Se per molti aspetti si ripropone lo stesso scenario della prima tentazione del giardino dell’Eden, vediamo come il dialogo si fa serrato e capace di portare oltre, fino ad un riconoscimento che non è frutto di debole condiscendenza bensì di crescita nella consapevolezza: <Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia> (7, 29). Se interpretiamo questo testo in modo simbolico e psicologico, possiamo dire, mettendoci alla scuola dei santi Padri, che le <donne> sono il simbolo di quella parte più debole e vulnerabile di noi stessi, come pure le tentazioni e le urgenze del momento che rischiano di farci perdere la capacità di discernere e di scegliere, non sull’onda dell’emozione o della paura, ma come frutto di una coscienza sempre più chiara di ciò che fa soffrire, e del modo più giusto per guarire.
Persino con Salomone ormai empio, il Signore non riesce a negare il proprio amore: <Ma non gli strapperò tutto il regno; una tribù la darò a tuo figlio, per amore di Davide, mio servo, e per amore di Gerusalemme, che ho scelto> (1Re 11, 13). Il Signore Gesù che dapprima si schermisce davanti alla richiesta di questa donna, nondimeno se, apparentemente, non si lascia commuovere, si lascia interrogare fino a cambiare, non solo per liberarsi dall’impaccio, ma come riconoscimento di una qualità di fede che si esprime attraverso la qualità della <parola> di questa donna che <era di lingua greca e di origine siro-fenicia> (7, 26) e che pure si rivela capace di parlare la lingua della verità, che usa l’universale alfabeto dell’amore.





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