Soli
V Settimana T.O. –
Continuiamo, forse con una certa fatica a motivo dei continui salti redazionali, a seguire l’evolversi della storia di Israele con i suoi momenti di gloria che, come in tutte le storie, si alternano a passaggi più difficile e duri. Il Signore Dio tiene fede alle sue promesse ma non manca di dare seguito pure alle sue minacce e questo per rispetto della relazione instaurata con la nostra umanità non raramente sorda e insensibile ai suoi richiami: <Ecco strapperò il resto dalla mano di Salomone e ne darò a te dieci tribù. A lui rimarrà una tribù a causa di Davide, mio servo, e a causa di Gerusalemme, la città che ho scelto fra tutte le tribù d’Israele> (1Re 11, 31-32). Questa parola conferma quanto il Signore aveva già annunciato – lo abbiamo letto ieri nella prima lettura – ma viene ripetuto direttamente a Geroboamo quando <incontrò per strada il profeta Achìa di Silo, che era coperto con un mantello nuovo; erano loro due soli, in campagna> (11, 29).
Non va sottovalutata né sottaciuta questa nota di solitudine e di intimità che sembra necessaria per la rivelazione e la consegna di un simbolo che richiede il coinvolgimento di Geroboamo che si pone alla guida di uno dei momenti più drammatici della storia del popolo di Dio; <Israele si ribellò alla casa di Davide, fino ad oggi> (11, 19). In questo <oggi> possiamo includere anche la situazione ancora così drammatica che si vive nella terra di Israele e di Palestina, come pure tutte quelli situazioni in cui l’abuso di potere e la perdita di contatto con la situazione reale delle persone nelle relazioni più banali e quotidiane fino a quelle planetarie, creano delle sofferenze che generano reazioni talmente disperate da non poter essere che violente. Dio parla attraverso il profeta a Geroboamo, ma aveva già parlato a Salomone! Il Signore continuamente attraverso dei segni e delle intuizioni ci mostra quali possono essere le conseguenze delle nostre scelte o gli effetti collaterali delle nostre non-scelte, ma raramente siamo in grado di accogliere e interpretare i segni.
Nel Vangelo troviamo qualcosa di analogo quando viene presentato al Signore Gesù <un sordomuto> (Mc 7, 32) perché possa uscire dal suo isolamento e ritrovare la possibilità di comunicazione passiva – l’udito – e attiva – la parola. Marco ci dice che il Signore Gesù <lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua> (7, 33). Il Signore Gesù sembra acconsentire volentieri alla preghiera di quanti gli chiedono di intervenire a favore di questo sordomuto, ma non lo fa davanti a tutti. Lontano da ogni curiosità, il contatto con il mondo esterno viene ristabilito da Gesù attraverso un intenso contatto personale capace di ricreare un’armonia di relazione tra l’umanità e la sua origine divina. Per questo lo sguardo di Gesù è volto <verso il cielo> (7, 34) quasi per ritessere, attraverso la sua mediazione personale, la relazione nel modo più ampio e originale. Davanti al gesto di Achìa compiuto nella solitudine della campagna e quello di Gesù operato con lo sguardo rivolto verso il cielo, siamo chiamati a lasciarci profondamente interpellare perché le relazioni non siano strappate, ma continuamente riofferte. Il primo passo è sempre <Apriti>!





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