Convertire… come

I settimana T.Q.

La parola del Signore Gesù risuona oggi particolarmente carica di rassicurazione e di fiducia: <Chiedete e vi sarà dato…> (Mt 7, 7). Sembra quasi che basti esprimere un desiderio perché questo si avveri necessariamente e quasi automaticamente. In realtà non è l’incantesimo di una magia spirituale il dono che il Signore Gesù ci fa con la sua parola, ma è l’apertura ad una fiducia nella bontà di Dio che ci permette e, in certo modo, ci obbliga, proprio attraverso la preghiera, ad entrare in sinergia con Dio. Il <cosa> chiediamo nella preghiera, è come posto sotto il giudizio del <come> chiediamo nella preghiera. Ad aiutarci e guidarci in questa non facile traversata dei desideri del nostro cuore e nel difficile discernimento, in quelle che sentiamo necessità impellenti, è la figura di Ester. Il suo modo di pregare fa tutt’uno con il suo modo di vivere e per questo possiamo dire che l’esaudimento della sua preghiera è direttamente proporzionale al suo abbandono nella preghiera.

Il come è quello di chiedere a Dio di intervenire nella nostra storia, e di accompagnarne amorevolmente i percorsi, senza dimenticare di fare esattamente ciò che gli chiediamo: coinvolgerci, essenzialmente, in questi cammini, accettando il rischio persino di esserne schiacciati. Ester <cercò rifugio presso il Signore, presa da un’angoscia mortale> (Est 4, 17k) senza per questo venir meno al suo dovere di fare di tutto per dare rifugio, prima di tutto nel suo cuore e poi nelle sue azioni, al popolo in pericolo. Di fatto, se c’è un miracolo operato dalla preghiera è quello di ritessere, e continuamente approfondire, la comunione con Dio che va sempre di pari passo – in modo imprescindibile – direbbe l’apostolo Giovanni con una sempre più vera comunione con i fratelli.

La preghiera non è semplice e comodo lasciar fare a Dio, ma è un grande lavoro interiore – il suo nome più adeguato è quello di conversione – per lasciarsi fare da Dio fino a mettersi a servizio dei fratelli, fino ad accettare di essere nelle mani degli altri e, talora, persino sotto i loro piedi. Ester ce lo ricorda in modo così forte da diventare una figura di Cristo stesso nel suo mistero pasquale. È necessario distinguere tra le nostre preghiere – quelle che da bambini chiamavamo le preghierine – e la nostra preghiera in cui certo si riversano i nostri desideri e i nostri bisogni, ma che è un respiro ben più grande e più profondo, attraverso cui ci ritroviamo dentro lo stesso respiro – così ampio – del Signore Dio. Il tempo quaresimale possa essere per noi un tempo propizio non solo per intensificare la nostra preghiera, ma anche per dare una qualità sempre più cristologica al nostro modo di rivolgerci a Dio. Egli non ci nega l’aiuto né il soccorso, ma ci chiede di diventare sempre più come lui, capaci di essere rifugio per i nostri fratelli. La <parola opportuna> (Est 4, 17gg) che Ester chiede a Dio di ispirarle, diventa per noi più di una parola: è un atteggiamento che ci fa sentire la necessità – a nostra volta – di dare sempre e solo <cose buone> (Mt 7, 11).

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