Visite alle Cappelle 2
– 4 aprile Sabato santo le visite sono sospese
– 5 aprile Domenica di Pasqua: visita guidata ore 11.30
– 6 aprile Lunedì di Pasqua: visite guidate ore 10.30 e 11.30
– 4 aprile Sabato santo le visite sono sospese
– 5 aprile Domenica di Pasqua: visita guidata ore 11.30
– 6 aprile Lunedì di Pasqua: visite guidate ore 10.30 e 11.30
II settimana T.Q.–
La parola del Signore oggi si rivolge in particolare ai capi, a coloro che hanno un ruolo di guida nel popolo. Saremmo tentati di sentirci quasi esenti dalla necessità di confrontarci con questo testo perché, in realtà, non riguarderebbe noi ma gli altri: quelli che comandano, quelli che contano e, naturalmente siamo sempre inclini a catalogare noi stessi tra quelli che non comandano e che, per varie ragioni, non contano niente.
Peggio ancora si potrebbe partire proprio dai testi del profeta che si rivolge ai <capi> (Is 1,10) e del Signore Gesù che parla alla folla e ai discepoli in modo forte contro gli scribi e i farisei per fare pure noi la nostra critica a quanti, nel nostro vissuto, sentiamo equiparati a questi personaggi e di cui, senza talvolta essere giusti fino in fondo, ci sentiamo vittime dimenticando quanto e come siamo forse vittime ma terribilmente consenzienti nella segreta speranza – prima o poi – di trovarci dall’altra parte della barricata del potere e di tutte le sue logiche e illusioni.
Per questo non possiamo per nulla sottrarci personalmente all’invito e alla verifica a cui questa parola del Signore ci obbliga come sempre. Tutti noi in modo più o meno velato cerchiamo – nei vari ambiti della nostra vita – di conquistarci dei titoli analoghi a quelli da cui ci mette in guardia il Vangelo <Rabbì>, <Padre>. Avere un titolo, ricoprire un ruolo, portare un’etichetta o un cartellino sul bavero della giacca, o un copricapo di un certo colore è un modo abbastanza utile per placare la nostra angoscia nel relazionarci con gli altri mettendoli ad un livello che ci rassicuri: un livello più basso del nostro verso cui possiamo volgere lo sguardo – magari persino con benevolenza – ma non di certo con parità.
Il Signore Gesù è invece lapidario: <voi siete tutti fratelli> (Mt 23, 8). Essere fratelli, essere pari, essere e mettersi sullo stesso piano è l’evangelo della salvezza ma è anche la grande sfida che il Vangelo lancia alla nostra vita. Perché essere e vivere da fratelli significa accettare di essere solo e solamente compagni di strada sulla medesima strada con la semplice differenza di esseri eventualmente messi in cammino un po’ prima o un po’ più tardi… nulla di più! Essere compagni di cammino significa condividere il proprio pane (cum-pane=compagno) nella semplicità di chi non ha bisogno di nascondere né la propria fame né la propria sete, ma è capace di fare partecipe l’altro sia del proprio bisogno che della propria soddisfazione.
Il potere, i titoli, le insegne, i privilegi – <allargano i loro filatteri e allungano le loro frange> (Mt 23, 6) – sono molte volte la maschera dietro cui si cela la grande povertà e il grande dramma di non saper camminare insieme e accanto e, perciò stesso, sono una soluzione peregrina alla solitudine e all’inadeguatezza.
Il Signore Gesù ci indica la via regia per essere come lui “signori, maestri, padri”: affiancarci ai nostri fratelli in cammino dalla Galilea a Gerusalemme e da Gerusalemme ad Emmaus e poi all’indietro (cfr. Lc 24) e condividere così il pane dell’angoscia e quello della consolazione come veri fratelli lasciando che la nostra presenza semplice e vera faccia sentire un ardore nuovo nel cuore che trasformi la lunghezza e la pesantezza del cammino in una passeggiata vissuta in buona compagnia: da fratelli sempre diversi ma comunque pari!
II settimana T.Q.–
Le parole del profeta Daniele si intrecciano mirabilmente con quelle del Signore Gesù offrendoci una sorta di tappeto magico con cui volare attraverso la vita senza lasciarci imprigionare da misure troppo strette e anguste per raggiungere invece, gradualmente ma decisamente, <una buona misura, pigiata, scossa e traboccante> (Lc 6, 38).
Tutti noi, ciascuno di noi desidera profondamente essere trattato con larghezza, essere oggetto di benevolenza e di misericordia. Chi, infatti, non ama ricevere regali e doni attraverso cui sentiamo riconosciuto e onorato quel bisogno profondo che ci abita da sempre di essere almeno un poco importanti per la vita dell’altro e, talvolta, persino che l’altro si senta in debito nei nostri confronti… talora pensiamo persino che sia proprio così?!
Eppure, è come se Gesù enunciasse un principio di fuoco: <con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio> (Lc 6, 38). Un principio con cui siamo invitati a confrontarci in ogni momento della nostra esistenza evitando accuratamente di fare solo finta di non giudicare gli altri per poter, semplicemente, esigere che gli altri non rappresentino per noi un costante e pressante invito alla conversione. Talora non giudichiamo – o non esprimiamo i nostri giudizi – semplicemente per non essere scomodati dalle nostre abitudini e potere così continuare indisturbati nel nostro modo di vivere secondo il motto “vivi e lascia vivere”.
Come in ogni parola di salvezza, anche in quella che il Signore ci offre oggi, può penetrare il veleno dell’ipocrisia…! Ed ecco che il profeta Daniele ci viene in aiuto aprendo i nostri occhi su quella che è <la canna per misurare> (Ez 40, 3) l’ampiezza della nostra conformità al Padre <misericordioso> (Lc 6, 36). Il punto di riferimento stabile per il nostro giusto rapporto con gli altri non può essere altro che la consapevolezza: <A te conviene la giustizia, o Signore, a noi la vergogna sul volto> (Dn 9, 7). Essere profondamente consapevoli del fatto che <abbiamo peccato e abbiamo operato da malvagi e da empi> (Dn 9, 5) ci permette di sentire – in prima persona – il bisogno della misericordia e del perdono.
L’incapacità e la in-disponibilità alla misericordia non può avere altra origine se non in una coscienza invincibilmente erronea, incapace di raggiungere la coscienza del proprio limite e del proprio peccato e, con ciò stesso, impossibilitata ad agire come Dio – <misericordioso> (Lc 6, 36) -. Vivere questo, vivere così significa, in realtà, sentire di non avere bisogno di Dio e non temere che egli ci “misuri” (Lc 6, 38) perché siamo misura di noi stessi e Dio non può che essere a nostra misura.
Tutto ciò sarebbe terribile! Perciò dobbiamo stare in guardia! Senza consapevolezza non ci può essere perdono, senza perdono non ci può essere salvezza perché tutto si riduce a misure troppo strette, in-capaci di quel Dio a cui immagine siamo stati creati e verso la cui rassomiglianza siamo incamminati (Gn 1, 26).
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