Coraggio

San Barnaba

Questa memoria tende più alla festa, visto che siamo obbligati a leggere delle letture proprie per ricordare Barnaba. A questo discepolo del Signore la Chiesa da sempre ha sentito il bisogno quasi il dovere, pur non essendo annoverato nel numero dei Dodici di riconoscerlo e ricordarlo come apostolo. La sua vicenda all’interno della chiesa nascente è, in certo modo, legata alla “redenzione” di Saulo al cospetto dei fratelli ancora timorosi e forse poco convinti della sua conversione a quel Cristo che aveva così fieramente perseguitato. La Colletta ci aiuta a cogliere un tratto assai significato di quest’<uomo virtuoso> quando ci fa pregare con queste parole e con questi sentimenti: <fa’ che sia sempre annunziato fedelmente, con le parole e con le opere, il Vangelo di Cristo, che egli testimoniò con coraggio apostolico>. Ma come si concretizza questo <coraggio> nella vita di Barnaba, potremmo chiederci? Nella prima lettura ci viene mostrato il coraggio apostolico di Barnaba che in tutto conforme al cuore del bel pastore (Gv 10; Lc 15) <partì alla volt di Tarso per cercare Saulo e trovatolo lo condusse ad Antiochia> (At 11, 25). Barnaba – in tutto fedele suo nome che significa figlio dell’esortazione – si dimostra sempre capace di consolazione che si fonda su un atteggiamento di fiducia a tutto campo dando sempre più spazio alla luce piuttosto che accondiscendere a dare spazio ai lati più oscuri. Per questo non si lascia irretire dalle paure degli altri discepoli ma, con coraggio, sa affrontare il difficile Saulo e lo sa inserire dolcemente ma risolutamente all’interno della comunità. Il coraggio di quest’uomo che si mette alla ricerca di un fratello per renderlo più fratello si fonda sul coraggio richiesto dal Maestro ai suoi discepoli: <Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture…> (Mt 10, 9). La vulnerabilità è la forma propria della povertà apostolica e della apostolica povertà – e proprio di Barnaba ci viene testimoniato che fu il primo a vendere il suo campo (At 4, 36-37). Questo discepolo dimostra così di sperare il <nutrimento> (Mt 10, 10) dalla mano di coloro a cui è inviato per aprire il cuore all’accoglienza della propria indigenza che apre il cuore alla ricezione del vangelo. Infatti, la libertà di ricevere fonda la capacità di dare in libertà senza creare dipendenze: <ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani> (11, 26). E i primi a farlo furono forse proprio <Barnaba e Saulo> (13, 2) da cui si saprà infine separare per salvare la comunione e non impedire in alcuno modo la corsa del vangelo (15, 39). Da Barnaba la Chiesa e ogni discepolo sono chiamati ad apprendere il coraggio di farsi avanti unitamente al coraggio – talora persino più costoso e difficile – di accettare di fare un passo indietro perché nulla impedisca al Vangelo di essere predicato e di essere accolto. Per vivere questo coraggio è necessario non solo saper vendere il campo che si possiede ma, soprattutto, accettare di cedere il passo ad altri senza vergogna e con libertà.

Trattino

X Settimana T.O.

Dobbiamo riconoscere che il riferimento del Signore Gesù a quel <solo trattino della Legge> (Mt 5, 18) un po’ ci turba! Se poi consideriamo che, per la prima volta in tutto il primo Vangelo un’espressione del Signore sia introdotta in modo così solenne, allora il turbamento rischia di colorarsi di un po’ di imbarazzo: <In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto>. Visto che siamo arrivati fin qui forse non sarà inutile rammentare che, nel Vangelo secondo Matteo, le ultime due volte che troviamo una simile introduzione solenne è durante l’ultima cena. Si tratta, nel penultimo caso di una parola che evoca il tradimento di Giuda: <In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà> (26, 21). Mentre nell’ultimo, la parola è rivolta addirittura a Pietro: <In verità ti dico: questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte> (Mt 26, 34).

Per ciascuno di noi è la sfida del discorso della montagna che la Liturgia ci fa ritrovare in questi giorni e il cui portale di ingresso – non bisogna dimenticarlo – sono proprio le beatitudini. Sì, compiere è ben più che adempiere! Adempiere ci fa sentire a posto, ma rischia di renderci asserviti, compiere è sempre liberante ed esige comunque non solo di sottomettersi ad una legge, ma di assumere fino in fondo il rischio della propria personalità, fino a portare il giogo della propria libertà. Il Signore Gesù mette la Legge a servizio delle esigenze e del dinamismo dell’amore. Ogni minimo tratto della Torah non è che una parola d’amore da parte di Dio che ci abilita ad amare come Dio. Ma, bisogna riconoscerlo, non è sempre così sicuro conoscere e riconoscere il modo che il Signore Dio ha di accompagnare la nostra storia di uomini.

La prima lettura evoca un passaggio della vita di Elìa continuamente in bilico tra il comico e il tragico come, spesso, sono le nostre umane vicende. Da una parte abbiamo una parola canzonatoria di Elìa nei confronti dei sacerdoti di Bàal: <E’ occupato, è in affari o è in viaggio; forse dorme, ma si sveglierà> (1Re 17, 27). Dall’altra troviamo un gesto di rara violenza giacché il profeta non ebbe timore di sgozzare un numero così elevato di sacerdoti che erano, prima ancora che sacerdoti degli uomini. Elìa fu forse molto fiero da aver salvato l’onore di Dio, ma lo aspettava un lungo cammino di purificazione che continuamente viene richiesto a ciascuno di noi per non confondere il <trattino della Legge> con i macigni delle nostre paure e della nostra violenza non raramente così “religiose”. L’evocazione da parte del Signore Gesù del <trattino> e dello <iota> ci ricorda il grande lavoro di cercare di comprendere il mistero di Dio in modo sottile, raffinato, profondo e, soprattutto, liberato da tutti quelli che sono i nostri condizionamenti e le nostre precomprensioni. Per Elìa sarà necessario un lungo, anzi lunghissimo cammino, che lo porterà fino al monte di Dio, ove un volto diverso dell’Altissimo gli sarà rivelato alla luce del quale far maturare, non senza una certa fatica, un modo nuovo di essere credente lasciando che la Legge si iscriva e si incida non più su tavole di pietra e con inchiostro di sangue, ma sulle tavole del cuore e con l’inchiostro della dolcezza e dell’amore.

Luminosi

X Settimana T.O.

Il gusto può cambiare l’espressione del volto di una persona e distenderne i tratti: si pensi a un bambino che, dopo tanti capricci, termina di mangiare un buon gelato o al senso di soddisfazione di un adulto che beve l’ultimo sorso di una coppa di ottimo vino. La parola di Dio, accolta e custodita nel profondo del nostro cuore, dovrebbe infondere alla nostra vita quel senso di distensione e di pacificazione profonda capace di rendere il nostro volto disteso e amabile. Solo così il <sale>, (Mt 5, 13) che dà un segreto condimento alla nostra vita, ci renderà capaci di essere <luce> (5, 14). Solo così la nostra vita nella sua totalità di espressione e non solo attraverso la parola diventerà una testimonianza semplice e franca del Vangelo. Lo abbiamo ricevuto proprio per poterlo annunciare e condividere come si fa con un cibo gustoso preso attorno ad una tavola rischiarata dalla luce dell’amicizia. Come ricorda Agostino: <Io vi ho chiamato luce, dice, ma precisò: siete solo una lucerna. Non lasciatevi prendere dai sussulti dell’orgoglio, se non volete che si spenga questa scintilla. Non vi metto sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché illuminiate tutto con i vostri raggi. Quale è questo lucerniere che porta questa luce? Sto per insegnarvelo. Siate, voi stessi, delle lucerne, e avrete un posto sopra questo lucerniere. La croce di Cristo è un immenso lucerniere>1.

Il commento di Agostino ci aiuta a comprendere e a ricordare continuamente che non siamo solo sale e luce, ma lo siamo per la terra e per il mondo e questo non può che essere crocifiggente per tutto ciò che in noi resiste ancora alla logica del dono, che comporta sempre una disponibilità profonda a scomparire come il sale che non può e non deve essere rintracciabile in una pietanza, e a consumare qualcosa di se stessi per fare luce agli altri proprio come una lucerna. Il commento più bello a questa parola che il Signore Gesù ci rivolge come suoi discepoli è la figura luminosissima e così sapiente di questa donna cui il Signore rimanda il profeta Elìa: <Àlzati, va’ a Sarèpta di Sidone; ecco, io là ho dato ordine a una vedova di sostenerti> (1Re 17, 9). In realtà, non sembra che questa povera <vedova che raccoglieva legna> (17, 10) sia alla porta della città ad attendere Elìa, né tantomeno veniamo a sapere di essere stata oggetto di una qualche visione o locuzione… tutt’altro!

Sembra che il Signore Dio invii il suo profeta in una terra di persone lontane dalla propria fede e dalla propria cultura per imparare come dovunque sia possibile trovare un’umanità e una cura senza le quali anche le più grandi affermazioni di fede rischiano di essere vuote. Questa donna capace di mettere a repentaglio la sopravvivenza sua e di suo figlio per onorare l’ospite di passaggio che si trova nel bisogno ci aiuta a comprendere di che tipo di sale vuole che noi stessi siamo conditi per essere in verità luce per il mondo e un po’ più dimentichi di noi stessi.


1. AGOSTINO, Discorsi, 289, 6.

Volto

X Settimana T.O.

La Cetra dello Spirito Santo, come veniva chiamato Efrem il Siro, meditando sul mistero di Elia sperso nel deserto e nutrito – per comando di Dio – dai corvi spiega che <benché Elia ricevesse il nutrimento da corvi che sono animali impuri, osservava fedelmente i comandi che riceveva dalla bocca di Dio e benché fosse a contatto con l’impurità veniva santamente nutrito con un cibo spirituale dalla stessa divinità>1. Ricominciamo oggi la lettura feriale annuale del vangelo secondo Matteo proprio riprendendo la lettura biennale del ciclo di Elia. Il profeta di fuoco che compare con Mosè accanto al Signore Gesù nel momento della Trasfigurazione e la cui figura profetico-apocalittica accompagna il ministero e l’accoglienza della parola del Rabbì che viene dalla Galilea ci introduce in una rinnovata accoglienza del vangelo delle beatitudini che è la chiave di volta di tutto il Vangelo.

Come Elia si ritrova in compagnia dei <corvi> che <gli portavano pane e carne al mattino e alla sera> (1Re 17, 6) nutrendolo dal loro becco abituati ai cadaveri, e quindi impuro, così il discepolo del Signore si ritrova sin da subito ad essere invitato dalla parola del Maestro ad accogliere nella propria vita ciò che, naturalmente, sarebbe indotto ad evitare, a respingere o almeno da ritenere di malaugurio. In modo sorprendente il Signore Gesù ribalta il modo di sentire e di portare il peso della vita: <Beai i poveri…> (Mt 5, 3). Non si tratta certo nella sensibilità del Signore, così squisitamente umana e così magnificamente capace di rallegrarsi per le piccole e grandi gioie della vita, di riservare ai suoi discepoli e alle <folle> (5, 1) una vita di diminuzione e di contristante mortificazione ma di dilatare la capacità di essere <beati> e di esserlo per otto volte più una, di esserlo sempre e comunque persino quando – come nel caso di Elia profeta – si è costretti a nascondersi <presso il torrente> (1Re 17, 3). Quando tutto sembra crollare e quando ogni cosa sembra cospirare contro la felicità, il Signore ha il coraggio di prendere la parola e di leggere in modo diverso il cammino e cammini della vita.

Sant’Agostino dice che <le parole pronunciate dal Signore sulla montagna possono dirigere perfettamente la vita di coloro la cui impresa è giustamente paragonata a quella dell’uomo che costruisce la sua casa sulla roccia> e aggiunge <questo sermone contiene tutto ciò che è necessario ad orientare la vita cristiana>2. E questo non principalmente e fondamentalmente in senso morale, ma in senso finale: la beatitudine evangelica è la capacità di accogliere, assumere e attraversare il reale nella sua durezza e talora assurdità nella prospettiva di una promessa, nel respiro della fede che va oltre l’immediato: si tratta della sostanza della vita che rifluisce dal futuro come una luce capace di illuminare e riscaldare l’oscura freddezza del presente. Per questo le beatitudini – in apertura del primo dei cinque grandi discorsi che ritma il vangelo secondo Matteo – sono già parole pasquali e fanno della nostra vita cristiana non un codice morale tra altri o migliore di altri, ma uno sguardo sul Signore Gesù che cerca di accogliere il suo sguardo su ciascuno di noi 3. Gesù <vedendo le folle> (Mt 5, 1) vede ogni cuore e lo narra per consolarlo trasformando la scala, che sembra farci sprofondare agli inferi, in una vera scala che porta al cielo come quella vista in sogno da Giacobbe e rammentata a Natanaele in apertura del quarto vangelo e che apre su un modo nuovo di leggere il mondo (Ap 21, 4).


1. EFREM SIRO, Diatessaron, VII, 13.

2. AGOSTINO, Spiegazione del discorso della montagna, 1, 1.

3. Cfr.: Fratel MichaelDavide, Lo sguardo di Gesù: beati, Meridiana, Molfetta 2010.

Farmaco

Ss. Corpo e Sangue di Cristo –

L’apostolo Paolo sembra animato da un’interiore esaltazione al pensiero che <tutti partecipiamo all’unico pane> (1Cor 10, 17). Potersi nutrire dello stesso pane e sedere per questo alla stessa tavola è qualcosa che dà alla vita un sapore e una leggerezza che fanno bene. Normalmente quando si mangia insieme e si condivide nella gioia un pasto, le cose più semplici assumono un sapore diverso tanto che anche davanti al semplice pane si sente esclamare: <che buono!>. Celebrare l’Eucaristia e fare oggi memoria particolare e solenne di questo mistero che ritma e nutre il cammino della Chiesa, significa ricordare ed evocare quanto è buono il Signore tanto da farsi per noi buono come il pane pur di nutrire il nostro cammino di libertà in quello che è il <deserto> (Dt 8, 2) della nostra vita quotidiana. Il Deuteronomio esorta a <non dimenticare> (8, 14) non solo quanto il Signore è stato presente nel cammino del suo popolo per farlo uscire dalla terra d’Egitto, ma anche al “come” ha accompagnato amorevolmente e fermamente il dramma di questo lento processo di coscientizzazione premessa imprescindibile ad ogni autentico cammino di liberazione: <per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore> (8, 2).

Il peccato fondamentale è l’amnesia e l’Eucaristia è il farmaco che ci cura da questa possibile malattia con la terapia della memoria che si fa memoriale: <In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo, e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita> (Gv 6, 53). La verità cui fa riferimento il Signore Gesù non è una verità astratta anche se dogmatica, ma è una verità di relazione che si nutre di contatto intimo e di memoria ardente. L’Eucaristia è sempre il momento privilegiato, anche se non unico, in cui possiamo rafforzare il legame con il Signore e, talora, persino ritessere ciò che si è lacerato. La memoria che l’Eucaristia rinnova è il memoriale di un amore che ci precede e ci accompagna sempre sul quale possiamo continuamente fondare e rifondare la nostra vita e le nostre relazioni umane perché siano sempre più segnate dalla grazia di un amore che si dà senza misura.

La domanda, che si pongono gli ascoltatori di Gesù che pure si erano appena nutriti del pane che Egli aveva moltiplicato e condiviso, tradisce una mancata comprensione di quel gesto: <Come può costui darci la sua carne da mangiare?> (6, 52). Proprio come ha moltiplicato e condiviso il pane, il Signore vuole darci tutto se stesso come sempre vuole e desidera chi ama. Isacco Siro dice che <Ciò che succede al pesce quando si trova fuori dall’acqua succede al discepolo quando perde la memoria di Dio e si disperde andando dietro alla logica del mondo>1. La memoria dell’amore di Cristo in cui si manifesta l’eterno desiderio del Padre per la nostra umanità creata diventa così farmaco per guarire il nostro cuore a contatto con il fuoco della divina compassione. L’Eucaristia ci è donata per guarire la nostra intelligenza attraverso la conoscenza intima e trasformante dei misteri; per guarire la nostra memoria colmandola del ricordo della bellezza sublime che è il mistero di Cristo Signore di cui siamo chiamati a diventare il Corpo offerto per la gioia di tutta l’umanità. La presenza di Cristo in noi è buon cibo perché fa bene, ma anche perché piace e questo ci fa comprendere le parole del Vangelo: <il pane che io darà è la mia carne per la vita del mondo> (6, 51). Pane siamo chiamati a diventare anche noi per la vita del mondo!


1. ISACCO SIRO, Trattato, 43.

Le remède

Fête du Corps et du Sang du Christ

L’apôtre Paul semble animé d’une exaltation intérieure à la pensée que «  nous participons tous à l’unique pain » (1 Co 10, 17). Pouvoir se nourrir du même pain et pour cela s’asseoir à la même table est quelque chose qui donne à la vie une saveur et une légèreté qui font du bien. Normalement, lorsque l’on mange ensemble et que l’on partage un repas dans la joie, les choses les plus simples prennent une saveur différente, de telle façon que l’on entend s’exclamer devant un simple morceau de pain : «  comme c’est bon ! » Célébrer l’Eucharistie et faire mémoire aujourd’hui de façon particulière et solennelle de ce mystère rythme et nourrit le chemin de l’Église, signifiant se souvenir et évoquer combien le Seigneur est bon, Lui qui se fait pour nous bon comme le pain, nourrissant notre chemin de liberté dans le « désert » (Dt 8, 2) de notre vie quotidienne. Le Deutéronome exhorte à «  ne pas oublier » (Dt 8, 14) les moments où le Seigneur fut présent sur le chemin de son peuple pour le faire sortir de la terre d’Egypte, mais aussi « comment » il a accompagné amoureusement et fermement le drame de ce lent  processus de prise de conscience primordiale à tout chemin de libération authentique : c’est pour t’humilier et te mettre à l’épreuve, pour savoir ce que tu avais dans le coeur » ( 8, 2).

 Le péché fondamental est l’amnésie et l’Eucharistie est le remède qui soigne cette possible maladie par la thérapie du souvenir  qui se fait mémoire : «  En vérité, en vérité, je vous le dis : si vous ne mangez pas la chair du Fils de l’homme et ne buvez son sang, vous n’avez pas la vie en vous » (Jn 6, 53). La vérité dont fait référence le Seigneur Jésus n’est pas une vérité abstraite, même si elle est dogmatique, mais c’est une vérité de relation qui se nourrit du contact intime et de la mémoire ardente. L’Eucharistie est toujours le moment privilégié, même s’il n’est pas unique, où nous pouvons renforcer le lien avec le Seigneur et, alors, même retisser ce qui est déchiré. La mémoire que l’Eucharistie rénove est le mémorial d’un amour qui nous précède et nous accompagne toujours  et sur lequel nous pouvons continuellement fonder et refonder notre vie et nos relations humaines afin qu’elles soient toujours plus signes de grâce d’un amour qui se donne sans limite.

 La question que se posent les auditeurs de Jésus qui pourtant s’’étaient à peine nourris du pain qu’il avait multiplié et partagé, trahit un manque de compréhension de ce geste : «  Comment peut-il nous donner sa chair à manger ? (6, 52). Tout comme il a multiplié et partagé le pain, le Seigneur veut se donner entièrement, comme le désire et le veut celui qui aime. Isaac le Syrien dit : «  ce qui arrive au poisson lorsqu’il se trouve hors de l’eau, arrive au disciple quand il perd la mémoire de Dieu et se disperse en suivant la logique du monde »1. La mémoire de l’amour du Christ en qui se manifeste l’éternel désir du Père pour notre humanité créée, devient ainsi le remède pour guérir notre coeur au contact du feu de la divine compassion. L’Eucharistie nous est donnée pour guérir notre intelligence à travers la connaissance intime et transformante des mystères ; pour guérir notre mémoire en la remplissant du souvenir de la beauté sublime qu’est le mystère du Christ dont nous sommes appelés à devenir le Corps offert pour la joie de toute l’humanité. La présence du Christ en nous est un bon aliment car il nous fait du bien, mais aussi car il plaît et cela nous fait comprendre les paroles de l’Evangile : «  Le pain que je donnerai est ma chair pour la vie du monde » (6, 51). Nous sommes appelés nous aussi à devenir le pain pour la vie du monde !


1. Isaac le Syrien, Traité, 43

Capricci

IX Settimana T.O.

Lasciamoci toccare e interrogare profondamente dalla parola dell’apostolo che forse mette il dito su una delle nostre più perniciose piaghe interiori: <Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutandosi di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole> (2Tm 4, 3-4). Con questa parola di Paolo forse ci riesce più facile intuire che cosa possa significare per noi la parola del Signore Gesù: <Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nella piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti> (Mc 12, 38-39). I capricci sono sempre legati al nostro bisogno di essere al centro dell’attenzione e di essere, comunque, oggetto di ammirazione. Senza rendercene sempre veramente conto pur di raggiungere questo scopo siamo disposti a sacrificare la nostra coscienza raccontando a noi stessi e accettando che qualcuno ci racconti delle <favole> capaci di alimentare le nostre illusioni e medicare, per quanto in modo effimero, le ferite delle nostre delusioni.

Il Signore Gesù si premura di indicarci egli stesso un altro modo, invece, di stare al mondo chiaramente più autentico: <una vedova povera> (Mc 12, 41)! Questa donna cerca in tutti i modi, a differenza di <Tanti ricchi> di mettere la sua vita nel tesoro del tempio senza che nessuno la possa notare: un po’ per vergogna forse di essere <così povera> (12, 43) e, ancor di più, nella coscienza che solo l’Altissimo avrebbe potuto comprendere il suo dono che corrispondeva a <tutto quanto aveva per vivere> (12, 44). Questa povera vedova non può certo permettersi nessuno dei <capricci> di quei <Tanti ricchi> che <hanno gettato parte del loro superfluo>, ma può donare a se stessa la gioia così intima e segreta di dare tutto senza che nessuno se ne avveda, senza che nessuno, al di fuori del suo Signore che conosce il suo cuore, possa misurarne il dono.

Come ricorda padre Guillaume: <Quante persone attorno a noi, talvolta molto vicine a noi, ci parlano silenziosamente di Dio! La loro semplice fedeltà, la loro generosità senza presunzioni e la loro benevolenza senza pretese rendono più bello il nostro mondo. Ma noi non sappiamo più vederle e preferiamo lasciarci coinvolgere dalla tristezza circostante>1. Concludiamo la lettura annuale del Vangelo secondo Marco proprio accettando l’indicazione del Signore Gesù di aguzzare il nostro sguardo per avere occhi per tutto ciò che segretamente fa germogliare nel mondo di ogni giorno il Regno di Dio. Bisogna essere più attenti, più sensibili, più curiosi per scoprire i segni di una bellezza capace di dare speranza in un modo diverso di affrontare e leggere il quotidiano che non sia dominato dai <capricci>, ma dal desiderio, come ci ricorda l’apostolo e come ci testimonia la povera vedova, di versare <in offerta> (2Tm 4, 6) la nostra vita.


1. DOM GUILLAUME; Sui sentieri del cuore, Paoline, Milano 2011, p. 172

Vicino

IX Settimana T.O.

Le parole con cui si apre la prima lettura di quest’oggi sono di grande tenerezza: <mi hai seguito da vicino nell’insegnamento, nel modo di vivere, nei progetti, nella fede, nella magnanimità, nella carità, nella pazienza, nelle persecuzioni, nelle sofferenze> (2Tm 3, 10). Ciò che Paolo dice della sua profonda comunione con Timoteo può essere un modo per comprendere la relazione di cui Gesù parla in riferimento al Padre suo: <Siedi alla mia destra…> (Mc 12, 36). Anche noi ascoltiamo più che <volentieri> (12, 37) il Signore, soprattutto quando ci parla del mistero di comunione con il Padre nella cui pneumatosfera, per citare una bellissima espressione di Olivier Clément, siamo chiamati ad entrare a nostra volta per poterne pienamente vivere. Come raramente avviene nei Vangeli, è lo stesso Signore Gesù a sollevare una questione teologica ed esegetica: <Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide?> (12, 35).

Al <come>, che rischia di essere sempre confuso con la questione dell’origine nel senso della discendenza o ascendenza, il Signore Gesù oppone un modo ben più profondo per cogliere il senso profondo del suo mistero e che concerne una relazione profonda ed unica con il Padre la cui intensità supera ogni possibile riduzione ad una questione di genealogia. L’evangelista Marco, che non si sofferma per nulla sulle circostanze della nascita e della genealogia di Gesù, evoca questo detto del Signore che parla di se stesso proprio verso la fine della sua narrazione e a ridosso della Pasqua ormai imminente. È infatti sotto la croce che Gesù sarà riconosciuto dal centurione quale <uomo> rivelatosi nel suo modo di morire <davvero figlio di Dio> (Mc 15, 39). Sottilmente il Signore supera anticipando e neutralizzando tutte le discussioni tendenziose di scribi e farisei sulla sua identità, capovolgendo il modo di valutare la sua messianicità a partire non dalla sua origine, bensì dal suo modo di portare a compimento la sua testimonianza di rivelazione del Padre. Al mattino di Pasqua, il Messia Crocifisso si rivelerà come il Figlio amato che infine <sedette alla destra di Dio> (16, 19).

Non ci sfugga che la breve ed efficace dimostrazione teologica che leggiamo nel Vangelo di quest’oggi, ci riguarda ben più profondamente di quanto possiamo immaginare. Ci viene ricordato dall’apostolo Paolo quando rammenta al suo discepolo: <E tutti quelli che vogliono rettamente vivere in Cristo Gesù saranno perseguitati> (2Tm 3, 12). In tal modo ci viene chiaramente ricordato che anche per noi vale lo stesso metro di autenticazione: la verità del nostro essere discepoli non può essere definita dalla nostra origine “cristiana”, ma dal fatto di accogliere – giorno dopo giorno – le esigenze della nostra fedeltà al Vangelo che risplenderà in tutta la sua luce solo alla fine della nostra esistenza. Per questo Paolo insiste con Timoteo: <Tu però rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente> (3, 14). La domanda viene assai spontanea: <Come fare per non ingannarsi?>. Ancora l’apostolo ci dà una pista per non smarrirci nel deserto della vita: <Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare…> (3, 16) prima di tutto noi stessi per rimanere vicino al nostro Maestro e sempre più essergli conformi.

Richiamare

IX Settimana T.O.

L’esortazione dell’apostolo è amorosa: <Richiama alla memoria queste cose> (2Tm 2, 14) e questo continuo lavoro di richiamo è ciò che avviene nel vangelo odierno la cui dolcezza è rara: lo scriba e il Signore Gesù non solo si incontrano, non solo si interrogano e rispondono, ma si riconoscono, si stimano e si amano: <Non sei lontano dal regno di Dio> (Mc 12, 34). La meditazione e la quotidiana frequentazione – attraverso la lettura o la memoria del cuore – della Parola di Dio racchiusa nelle Scritture e continuamente incarnata dagli incontri della vita, sono una sorta di vaccino che ha normalmente bisogno del “richiamo” per essere realmente efficace. Essere cittadini del regno esige di osservare un solo comandamento: amare che si esplicita su due soggetti, Dio e il prossimo, i quali non possono e non devono mai diventare oggetto, tanto da trasformarsi in una sorta di mezzo per conseguire la salvezza!

Se riflettiamo con attenzione e facciamo cadere le sterili e superficiali precomprensioni e pregiudizi sulla tradizione racchiusa nelle Scritture Ebraiche, ci rendiamo ben conto che a livello di valori irrinunciabili non si dice nulla di nuovo, eppure tutto è nuovo poiché il Signore, rispondendo allo scriba, aggiunge al comandamento di amare Dio con la totalità della propria umanità la memoria del prossimo che fa tutt’uno con il suo Creatore. Non si tratta semplicemente e solo di ribadire il dovere della “carità”, è, invece, una grande rivelazione: Dio non richiede un amore esclusivo ed escludente, bensì un amore assoluto che non può escludere nulla e nessuno. Nella misura in cui lo scriba non solo si trova con-corde con Gesù, ma arriva a dire: <… e amare il prossimo come se stessi vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici> (12, 33), allora la gioia è perfetta poiché la comunione è piena e si tratta non di una comunione tra accademici, ma è una comunione capace di inglobare amorevolmente e con venerazione ogni filo di umanità, ogni frammento di storia.

Come annota Agostino: <amando secondo l’amore il fratello, lo amiamo secondo Dio. Né può accadere che non amiamo principalmente questo amore, con cui amiamo il fratello. Da ciò si conclude che quei due precetti non possono esistere l’uno senza l’altro. Poiché in verità “Dio è amore”, ama certamente Dio, colui che ama l’amore ed è necessario che ami l’amore colui che ama il fratello>1. Il testo del Vangelo apre il cuore ad una grande speranza. Non è detto che tutto debba giocarsi in continue e <vane discussioni> (2Tm 2, 14), ci possono essere momenti in cui ciascuno diventa capace di tirare dall’intimo del proprio cuore il meglio di sé, rinunciando ad ogni pregiudizio per aprirsi ad un vero incontro capace di confortare fino a richiamare ciò che di più santo e di più vero custodiamo nella nostra interiorità.


1. AGOSTINO, Sulla Trinità, VIII, 12.

Promessa

IX Settimana T.O.

Le parole di Paolo al suo discepolo ed amico Timoteo aprono uno squarcio nella sterile discussione intavolata dai sadducei: <apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio e secondo la promessa della vita che è in Cristo Gesù> (2Tm 1, 1). In Cristo riceviamo una promessa di vita che conferma il grande e unico desiderio di vita espressosi nel gesto della creazione in cui continuamente si rivela quanto e come il nostro <non è Dio dei morti, ma dei viventi> (Mc 12, 27). La conclusione del Vangelo riguarda non soltanto il mistero e il punto controverso della risurrezione, ma tocca interamente il mistero della vita: <Voi siete in grande errore> dice e conclude Gesù davanti alla prova evidente apportata dai sadducei. Possiamo ben dire che siamo sempre in <grande errore> ogni volta non sentiamo personalmente e non ci facciamo testimoni e garanti per tutti i nostri fratelli e sorelle in umanità di quella <promessa della vita che è in Cristo Gesù>.

Il Vivente, la Vita, fa di noi dei viventi e, come Dio stesso che ne è la fonte, possiamo manifestarlo solo e soltanto nella capacità, talora persino paradossale, come nel caso della donna presentato a Gesù, che la vita ci sia presa, quasi scippata. Ciò che sfugge ai sadducei, ed è profondamente rivelato dal Gesù, è il fatto che la risurrezione non è una forma di semplice sopravvivenza, bensì una vera continuità della vita mediante una così profonda trasformazione che esige una rottura ben significata dal riferimento agli <angeli nei cieli> (Mc 12, 25). Quando il Signore Gesù afferma: <Non è forse per questo che siete in errore> continua spiegando e interrogando <perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio?> (12, 24). L’apostolo ribadisce tutto questo in altro modo, ma nella stessa linea: <Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio… non uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza> (2Tm 1, 6).

Così esorta un pastore contemporaneo: <Aprite il vostro vangelo. Tenetelo amorevolmente tra le mani. Fatelo vostro. Dalla prima all’ultima pagina il Vangelo è il libro dei risorti!>1. Molto si deve vigilare a non cadere nella stessa trappola di farisei e sadducei i quali, in realtà, non riescono ad immaginare la vita – persino quella eterna – come perpetuazione della propria logica di possesso e di controllo. Il Signore Gesù sottraendosi ad ogni forma di curiosità sulla modalità della vita eterna, sottolinea come l’orizzonte dell’eternità serva a convertire profondamente il nostro modo di vivere il tempo presente. Un cammino è continuamente aperto davanti ad ognuno di noi nella misura in cui vogliamo essere dei discepoli autentici e non semplicemente degli accademici: passare dal <soffrire per il Vangelo> a <soffrire il Vangelo>! Ciò significa accettare che la logica del dono pasquale di Cristo informi e continuamente riformi profondamente, interamente e visibilmente la nostra vita, soprattutto per quanto riguarda il nostro essere in relazione con gli altri: così la nostra capacità di fraternità e di solidarietà sarà promessa di eternità.


1. Mons. D. PEZERIL, Ajourd’hui Jésus, Seuil, Paris 1973, p. 74.