Perfino
XXXI Settimana T.O. –
L’esortazione di Paolo ai Filippesi che ha tutto il sapore di una semplice constatazione. Sembrerebbe terribilmente in contrasto con le parole taglienti e così esigenti del Signore Gesù nel vangelo di quest’oggi. L’apostolo dice con un entusiasmo pieno d’amore: <Ma, anche se io devo essere versato sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, sono contento e ne godo con tutti voi> e aggiunge <Allo stesso modo anche voi godetene e rallegratevi con me> (Fil 2, 17-18). Il Signore Gesù ci dà tutta la misura di cosa realmente possa significare <essere versato sul sacrificio e sull’offerta> e lo fa con parole difficili da metabolizzare: <Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo> (Lc 14, 26). A questo punto non potremmo fare di meglio che prendere in prestito le parole dei discepoli (cfr Mc 10, 26) e reagire con altrettanta chiarezza mista ad un po’ di imbarazzo: “Chi mai potrà essere discepolo?”.
Il Signore non si lascia né sorprendere né tantomeno intimidire: accogliere e portare se stessi come <la croce> della propria vita può diventare un modo per imparare a sopportare le croci della vita e a fare di tutto per sollevare i propri fratelli e sorelle piuttosto che oberarli con il peso di se stessi. Vi è una dolcezza che rende le cose più aspre e pesanti più facili da portare semplicemente per il fatto che vengono portate insieme. Infatti, se leggiamo con attenzione le parole del vangelo odierno, due aspetti sono assai chiari: da una parte il contesto dell’amore che si rifà alle relazioni più intime e care e dall’altra quella della saggezza che si fa ponderazione nel misurare le proprie forze e le proprie reali possibilità nel porsi alla sequela di Cristo. Le due immagini della costruzione di una <torre> (Lc 14, 28) o della partenza per una <guerra> (14, 31) ci aiutano certo a non sottovalutare le esigenze e le sfide di una vera sequela di Cristo, ma pure a prendere coscienza che tutto dipende dalla nostra reale decisione a coinvolgerci fino a sapere e voler rischiare l’intera nostra vita.
La negazione finale, in realtà, è una grande affermazione: <chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo> (14, 33), ma se riusciamo a fare l’opzione per la libertà interiore che comporta la liberazione da ogni impedimento che blocca la nostra dedizione possiamo essere veramente dei discepoli. L’apostolo ci conforta e ci incoraggia: <E’ Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo il suo disegno d’amore> (Fil 2, 13). Ed è sempre Dio che ci sostiene per evitare di lasciare a metà la costruzione di una casa, o di rimanere assediati da una guerra mai conclusa che sarebbe stato meglio non aver cominciato. Siamo sostenuti nelle nostre scelte perché esse siano un luogo di orientamento profondo capace di mettere ordine in tutti gli ambiti e gli aspetti della vita così da essere totalmente presenti a ciò che siamo chiamati a vivere. Forse anche noi rischiamo di far parte di quella <folla numerosa> che <andava con Gesù> (Lc 14, 25), ma che forse non sa bene perché lo segua. La parola del Signore ci tira fuori dalla massa e ci mette in condizione di prendere posizione in modo personale e unico.





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