Spingili
XXXI Settimana T.O. –
L’immagine di Dio che il Signore Gesù mette sotto i nostri occhi, rispondendo <a uno dei commensali> (Lc 14, 15), è proprio quella di chi non accetta – in nessun modo – di rinunciare alla festa che ha imbandito e non si piega assolutamente all’idea di rimanere solo davanti al rifiuto di coloro a cui ha inviato i suoi <molti inviti> (14, 6). Per questo non esita a ricominciare ad invitare senza cedere alla depressione e senza farsi vincere dalla delusione. La parabola che il Signore Gesù racconta è, in realtà, la risposta all’esclamazione: <Beato chi mangerà il pane nel regno di Dio!> (14, 15). Il primo messaggio che il Signore dà con le sue parole sta proprio nell’evidenziare come il problema non stia nell’essere ammessi a mangiare il pane del Regno, ma piuttosto nella disponibilità ad accogliere l’invito ad entrarci, esattamente quando si viene sollecitati senza cominciare a <scusarsi> (14, 17). Sembra che risuoni continuamente il grido: <Venite è pronto> (14, 7), a cui rischia di corrispondere un non essere pronti da parte nostra che, normalmente, significa l’essere presi da altro. Tutti costoro erano stati invitati in tempo e con il giusto anticipo per il banchetto, ma sembrano essersene dimenticati fino ad accavallare altri impegni… altri interessi… altre urgenze… altre gioie… <ho preso moglie!>. Naturalmente ciò rende necessaria una scelta e nel momento in cui si dovrà decidere ecco che preferiranno il <campo>, i <buoi> e la <moglie> (Lc 14, 18-20).
Proprio a questo punto critico – il crinale della scelta – compaiono ancora una volta (cfr Lc 14, 13) i <poveri, storpi, ciechi e zoppi> (14, 21), la cui differenza sta proprio nel fatto che essi non hanno niente altro da accavallare all’invito: la loro vita è continuamente sospesa a ricevere un invito, una mano tesa, un’occasione, una possibilità. L’attitudine dunque a cui siamo invitati è proprio quella di avere in noi <gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù> (Fil 2, 5) il quale, nella sua vita terrena, accettò sempre di essere un invitato e, in tal modo, ci ha dimostrato cosa significhi farsi <simile> (2, 7): dare all’altro la possibilità di invitarmi ad entrare in comunione e dare sempre all’altro l’onore di non avere niente altro di più importante che il suo invito: il campo non scomparirà… i buoi non fuggiranno… la moglie non scapperà!!!
Imitare il Signore Gesù significa essere sempre liberi, non perché non si ha niente da fare o di cui occuparsi, ma perché sempre pronti ad accogliere l’invito e farci come spingere <ad entrare> (Lc 14, 23) nella festa della comunione, come avvenne sulle sponde del fiume dove Lidia – donna ricca ed influente – in tutti i modi – come rammenta Luca con una delle sue tipiche pennellate – <ci costrinse ad accettare> (At 16, 15). Quando abbiamo sempre da fare cose più importanti, quando siamo sempre occupati e ci scusiamo continuamente di non avere tempo o modo di fermarci accanto all’altro, per entrare nella sua vita con calma – in modo attento –, non è altro che un modo per dire che l’altro, in realtà, non ci interessa e che abbiamo altrove un <tesoro geloso> (Fil 2, 6)… forse siamo noi stessi solo per noi stessi!






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