Nulla sia nulla
Commemorazione di tutti i fedeli defunti –
Dopo le grandi luci, gli sfavillanti colori e i gusti profondi della solennità di Tutti i Santi ben presto i monaci di Cluny sentirono il bisogno di celebrare, con la medesima intensità e con medesimo amore, le “ombre” che ogni luce com-porta. La commemorazione odierna ha due significati: il ricordo dei morti e la memoria delle nostre ombre che anelano alla piena luce. La parola del Signore Gesù ci raggiunge profondamente e, come sempre, ci consola energicamente: <E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno> (Gv 6, 39). In questa parola così solenne del nostro Signore è racchiusa la più grande consolazione per il nostro cammino su questa terra che è necessariamente umbratile e segnato – via via che il tempo passa e le rughe si distendono sui volti come vive memorie di lunghe traversate per sconfinati deserti – da dolorose e doloranti perdite.
Davanti all’enigma della morte come trionfo del “nulla” ecco che il Signore ci dice che non c’è <nulla> che possa essere <perduto> e a maggior ragione non c’è nessuno che possa essere ridotto a nulla. Questo perché la stessa <volontà del Padre> è stata un grande atto di affidamento al Figlio di tutto e di ciascuno perché ogni frammento del suo <amore riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato> (Rm 5, 5) sia non solo promessa di vita ma reale e indiscutibile premessa di risurrezione. Nell’abisso dell’esperienza della perdita dei propri cari come forma emblematica dell’umano dolore risuona il grido di Giobbe in cui ciascuno di noi può ritrovarsi e sentirsi rappresentato: <Io lo so che il mio Redentore è vivo> (Gb 19, 25). Proprio al cuore del suo lavoro di penetrazione intellettuale ed esperienziale del mistero del dolore, che avvicina terribilmente il profumo della morte, Giobbe scopre l’unica cosa importante e fondamentale della vita e che non è il nostro essere vivi ma il fatto che Dio sia vivo dentro di noi e attorno a noi perché persino dal nulla venga fuori la vita.
In un modo diverso Paolo esprime questa realtà quando dice, parlando del dono pasquale di Cristo, proprio questo: <ora a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto, forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona> (Rm 5, 7) e aggiunge <ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi> (Rm 5, 8). E si potrebbe glossare: “semplicemente per quello che eravamo”. Ed eccoci così confrontati al grande dono che la morte porta a chi ne sa sperimentare la “sorellanza”: la possibilità di misurare l’altro semplicemente per il dono della sua presenza che – nel momento della separazione – si sente in modo fortissimo per contrasto nel profondo sentimento di assenza. Commemorando ogni anno come Chiesa tutti i fedeli defunti siamo come chiamati a convertire il nostro modo di guardarci gli uni gli altri per imparare ad aprire gli occhi sul dono che siamo gli uni per gli altri e godere di questo dono in attesa di goderlo pienamente e con tutti nella vita eterna. Forse anche noi potremmo cantare già fin d’ora:<La contemplazione del Paradiso mi ha rapito con la sua pace e la sua bellezza. Ivi dimora la bellezza senza macchia, ivi risiede la pace senza tumulto. Beato chi meriterà di riceverlo, se non per giustizia, almeno per bontà; se non a causa delle opere, almeno per pietà>1.
1. EFREM SIRO, Inni sul Paradiso, 5.






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