Imitatori
XXXI Settimana T.O. –
Se non sapessimo troppo bene come corrispondere all’esortazione dell’apostolo ci viene in soccorso la parabola del Signore Gesù. Paolo si rivolge ai Filippesi così: <fatevi insieme miei imitatori> (Fil 3, 17) e Gesù ci indica come modello da imitare nientemeno che <quell’amministratore disonesto> (Lc 16, 8) che forse noi istintivamente squalificheremmo e sicuramente non prenderemmo come esempio per la nostra vita. Ritorniamo ancora per un attimo alla prima lettura ove troviamo che la grande paura di Paolo è che ci si comporti come <nemici della croce di Cristo> (Fil 3, 18). Nella parabola il Signore sembra identificarsi e chiede a noi di ispirarci non alla disonestà di quell’amministratore che è e rimane disonesto, ma alla sua capacità di imparare dalla situazione di difficoltà in cui la sfiducia del suo padrone lo costringe.
Davanti all’indigenza incombente quell’uomo invece di ribellarsi o di lamentarsi prende coscienza e cerca un modo nuovo per affrontare la situazione e soprattutto per abitare le relazioni. Prima di tutto prende coscienza: <Zappare, non ne ho la forza; mendicare mi vergogno> (Lc 16, 3). In secondo luogo, si mostra capace di prendere una decisione e di rischiare fino in fondo nella direzione intrapresa: <Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone> (16, 5) che diventeranno così suo “debitori” di una benevolenza che spera gli sia non solo riconosciuta, ma pure generosamente ricambiata. Quest’uomo trasforma i debitori del suo padrone in amici personali e, per ritornare all’espressione paolina, sembra consistere in questo l’essere “amici della croce di Cristo”. L’aspetto evangelico di questo modo oggettivamente disonesto di comportarsi e di cui siamo invitati a farci <imitatori>, consiste nel fatto che una situazione di precarietà imprevista si trasforma in occasione per riorientare la propria vita nel senso deciso della misericordia, della gratuità, di una complicità tra poveri che allarga lo spazio della condivisione.
Il Signore vuole che evitiamo in tutti i modi il pericolo di appiattirci e di lasciarci paralizzare nella vita e, paradossalmente, ci rivela che la gioia di Dio non sta nel poter contare su servi che subiscono passivamente condannandosi all’infelicità, ma gode del fatto che i suoi servi siano in grado di approfittare al meglio della loro vicinanza al Signore perché tutti – e se stessi in prima persona – possano vivere e gioire di più. Laddove noi siamo inclini a pensare alla vita spirituale come un continuo gioco al ribasso, il Signore Gesù ci spinge a giocare al rialzo stimolandoci potentemente senza omettere una buona dose di provocazione: <I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce> (16, 8). Detto questo possiamo ritenere la conclusione della prima lettura come epilogo del vangelo, analogamente alla fine di una favola, e dire: <rimanete in questo modo saldi nel Signore> (Fil 4, 1) senza inutili paure e dannose timidezze per essere veramente ed efficacemente <figli della luce> anche in mezzo alle tenebre.





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