Il tuo nome è Relazione, alleluia!

IV settimana T.P. 

La rivelazione di Gesù ai suoi discepoli tocca il cuore della relazione di Gesù con il Padre a cui ciascuno dei discepoli e dei credenti è pressantemente invitato a partecipare e in cui è messo nella condizione di vivere profondamente: <Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto> (Gv 14, 7). La rivelazione in Cristo Gesù nel mistero della sua incarnazione, da cui non c’è recessione, è la modalità di relazione che Dio ci offre e in cui chiede a ciascuno di noi di accettare di giocare tutta intera la propria avventura di discepoli. Proprio ciò che la carne di Cristo ci ha rivelato aprendoci ad una possibilità di accedere al mistero e alla relazione con Dio totalmente nuova e per nulla esclusiva, non può che mettere in crisi ogni altro sistema religioso – persino il nostro – in cui il rapporto con Dio si basa su una sorta di privilegio esclusivo ed escludente di relazione.

Per questo nella prima lettura, ancora una volta, siamo messi di fronte alla diversa reazione che si ha e che si può avere davanti all’annuncio del Vangelo che è sempre annuncio di prossimità, di intimità, di complicità tra la vita di Dio e quella dell’umanità. Per questo mentre <i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore> (At 13, 48) al contrario <i giudei furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo> (13, 45). In realtà, questo bisogno di esclusiva non è neppure estraneo al cuore di Filippo che si fa portavoce non solo degli apostoli, ma pure di ciascuno di noi: <Signore, mostraci il Padre e ci basta> (Gv 14, 8). Filippo chiede al Signore Gesù la concessione e il privilegio di un accesso a Dio come Padre oltre il quale non c’è più nulla da chiedere. In realtà la sua domanda tradisce il fatto che non ha compreso che <da tanto tempo…> (14, 9) nel volto, nei gesti, nelle parole, persino nei silenzi del Maestro si rivela il volto del Padre che è Padre di tutti, che è Padre di sempre.

Filippo vorrebbe a un certo punto superare la mediazione di Gesù per avere accesso al Padre e così sentire di avere varcato la soglia della conoscenza di Dio, mentre il Signore ci rivela che il mistero del Padre non è da conoscere direttamente secondo la logica delle iniziazioni misteriche, sempre attraenti per la loro caratteristica di esclusività, ma da vivere continuamente in relazione e attraverso la relazione che non è una sorta di passaggio inevitabile o di fase superabile, ma è uno stile di approccio a Dio. La <gelosia> (At 13, 45) che si scatena nella sinagoga è il segno di questo bisogno di esclusiva che ci mette in una condizione di superiorità e di differenza compiaciuta nei confronti degli altri mentre la <luce> (13, 47) splende su tutti ed è un dono per tutti. La domanda del Signore rimane continuamente posta come interrogativo al nostro cammino di fede: <Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?> (Gv 14, 10). A questa domanda non basta rispondere con un atto di fede nella Trinità, ma esige un atto di fiducia nella nostra appartenenza al corpo di tutta l’umanità in cammino verso la sua ricapitolazione in Cristo: non saremo noi stessi come corpo di Cristo se mancasse qualcuno dei nostri fratelli e delle nostre sorelle! 

Il tuo nome è Realizzato, alleluia!

IV settimana T.P. 

La parola di Paolo rivolta a quanti lo ascoltano nella sinagoga di Antiochia si fa non solo riassunto storico-salvifico dell’esperienza pasquale del Signore Gesù, ma si fa pure speranza di poter ritrovare in Lui, con Lui e per Lui, la strada per viverne a nostra volta: <E noi vi annunciamo che la promessa fatta ai padri si è realizzata, perché Dio l’ha compiuta per noi, loro figli, risuscitando Gesù> (At 13, 32-33). Come già Pietro al mattino di Pentecoste, così Paolo che fa strada, attraverso un ininterrotto pellegrinaggio, all’annuncio del Vangelo prima di dire “che cosa” si debba fare e “come” lo si debba fare, insistono sul “perché”. L’annuncio che rende possibile la conversione di vita e l’adesione libera, consapevole e appassionata al Vangelo è legata ad una fondamentale esperienza di sollievo: Dio ha fatto qualcosa per noi prima ancora che noi potessimo chiedergli qualcosa e quello che ha fatto è il massimo che si possa pensare, desiderare, immaginare, il dono del suo Figlio da cui e in cui impariamo ad essere a nostra volta dei veri e liberissimi figli.

L’espressione che conclude la parola odierna della predicazione paolina è una citazione delle Scritture: <Mio figlio sei tu, io oggi ti ho generato> (13, 33). Questo testo eminentemente messianico viene realizzato in Cristo morto e risorto e, continuamente, si realizza in ciascuno di noi nella misura in cui accettiamo di lasciarci coinvolgere nel suo dinamismo pasquale. Davanti all’inevitabile timore che attanaglia il nostro cuore, davanti ad un a simile avventura, il Signore non solo ci sostiene, ma ci conforta amorevolmente pur senza lasciarci cadere nella trappola della resa alle nostre paure: <Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me> (Gv 14, 1). Il Signore ci chiede un atto di fiducia e noi come Tommaso non possiamo che confessare il nostro disorientamento: <Signore, non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?> (14, 5). Tommaso è sempre il discepolo che interroga e che si fa portavoce di quegl’interrogativi che sorgono spontaneamente dal profondo del nostro cuore. 

Il discepolo, al pari di ciascuno di noi, si aspetterebbe dal suo maestro una serie di indicazioni, e non si può che rimanere turbati davanti al fatto che Gesù non dà indicazione né teoriche né pratiche, ma si fa egli stesso indicazione, si fa cammino verso il Padre, si fa strada verso la realizzazione di ciò che siamo chiamati ad essere in pienezza: <Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me> (14, 6). Il Signore Gesù è la via sui cui cammini possiamo mettere in pratica la volontà del Padre, non come adesione ad un pacchetto di doveri o di certezze, bensì come viaggio di scoperta continua; Gesù è la verità in quanto ci rivela il volto di un Dio che non smette di coinvolgersi con la vita dei suoi figli come a ha fatto nella vita del suo Figlio; il Cristo è la vita, che riaccolta ogni mattina come dono, è consegnata alla nostra responsabilità perché cresca dentro di noi e ci renda vivi e viventi. Un grandissimo predicato come Bossuet così commenta: <Io sono la via, la verità e la vita: poiché è con me che bisogna stare e sono io la via attraverso cui bisogna camminare. Entriamo in questa via e troveremo la verità e la vita>1. Il <luogo> (14, 4) non è altro che il Padre, verso il cui seno di infinita misericordia, Gesù ci trascina dolcemente dando così il segno del grande ritorno, che nella sua Pasqua è già realizzato come promessa. 


1. J. B. BOSSUET, Meditazioni sul Vangelo, La cena, I, LXXXII.

Il tuo nome è Cuore, alleluia!

IV settimana T.P. 

Mentre l’annuncio del Vangelo continua a effondere sempre più ampiamente e profondamente la sua luce, viene chiesto agli apostoli di dire una <parola di esortazione> (At 13, 15). Questa parola non è altro che <Gesù> (13, 23). Questo Gesù è Colui che parla di sé come <servo> (13, 16) e parla di noi come suoi imitatori. Di questo Gesù, l’apostolo Paolo ci narra la discendenza che attraversa tutto il mistero di Israele dal momento dell’uscita dall’<esilio in terra d’Egitto> (13, 17) alla predicazione e al riconoscimento del Battista che di lui dice: <viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di sciogliere i sandali> (13, 25). La lunga storia di Gesù, completamente e irrinunciabilmente mescolata con la storia del suo popolo, passa attraverso un momento assai particolare rappresentato dalla figura di Davide che viene caratterizzato come <uomo secondo il mio cuore> (At 13, 22). Il Signore Gesù, figlio di Davide, si rivela non solo capace di vivere secondo il cuore di Dio, ma di rivelarci in modo inedito tutto il cuore di Dio attraverso la sua parola e i suoi gesti dominati dalla misericordia e dalla grazia.

Siamo posti davanti al mistero, non solo della Parola come contenuto, ma pure al mistero della parola come dinamismo di scambio tra persone. La parola offerta, accolta e scambiata riesce a creare uno spazio di cuore, in cui, continuamente e in ogni situazione, la Parola si fa carne, potremmo dire più sensibilmente, la Parola si fa carezza, si fa attenzione, si fa sussulto di umanità che risuscita l’umanità di chiunque si lascia toccare e raggiungere da un soffio di presenza tanto invisibile e inafferrabile quanto percepibile e confortante. Il contesto rivelativo di tutto ciò è la cornice entro cui il Signore continua a parlare sommessamente, ma potentemente, ai suoi discepoli <dopo che ebbe lavato i piedi>. 

Il Signore Gesù si pone davanti al Padre come pure si pone davanti all’umanità e questo rimandare all’altro comporta il suo sapersi ritirare fino a scomparire, dopo aver dato tutto se stesso e tutto di se stesso in quello che potremmo definire un ciclo di reciproca generosità e di profondo amore. Ma non sempre le cose si giocano come tra Gesù e il Padre, come tra Gesù e noi! C’è, infatti, la tragica possibilità di qualcuno che non voglia entrare in questo cerchio preferendo rimanere fuori, e quando il gioco della relazione si blocca, ecco che la morte paralizza i cuori, di questo il Signore è costretto a prende dolorosamente atto durante la cena pasquale, la più festosa e la più drammatica, tanto da dire: <Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto…> (Gv 13, 18). Eppure, persino nonostante il tradimento di uno dei suoi amici, il Signore non smette di parlare di sé e perfino del Padre. Eppure, gli apostoli, nonostante sentano la rottura che il mistero di Cristo ha rappresentato nella tradizione di Israele, non smettono di frequentare la sinagoga fino ad accettare di prendervi la parola. Eppure, sin dall’inizio della vita della comunità cristiana, se la comunione si dilata le tensioni insorgono e talora duramente: <Ma Giovanni si separò da loro> (At 13, 13). L’importante, l’essenziale, ciò che terrà accesa la lampada della speranza è di essere <secondo il mio cuore> (13, 22).

Immersa

S. Caterina da Siena  

La vita di Caterina da Siena così legata alle alterne e talora così inquiete vicende del suo tempo è immersa – continuamente e quietamente – nella stessa vita di Dio. Sin da giovane, il sogno di Caterina fu quello di farsi una <piccola cella interiore nel suo cuore>. Proprio per la sua continua cura dell’interiorità, questa donna assomiglia così tanto a quei <piccoli vasi> (Mt 25, 4) di cui sono provviste le vergini sapienti. Si potrebbe dire che Caterina è un piccolo vaso che ha saputo raccogliere, custodire e distribuire l’olio dello Spirito di Cristo. Proprio a partire da questa capacità di interiorità si spiega e si dispiega tutto l’agire e l’intervenire così risoluto e deciso di Caterina, la quale non teme di rivolgersi al papa con un’autorevolezza magnifica. In un’epoca come la nostra in cui siamo tentati di cedere o all’eccessivo attivismo oppure ad un comodo quietismo, Caterina ci indica la strada maestra dell’immersione contemplativa nel mistero di Dio che <è luce e in lui non ci sono tenebre> (1Gv 1, 5). Da questa serena e vitale immersione nasce ogni azione che ha come fonte e fine niente altro se non la vera <comunione con lui> (1, 6). Solo questa profonda comunione cercata e coltivata permette di trovarsi all’interno e non all’esterno della vita stessa di Dio. Il vangelo ci fa sentire con un certo timore il rumore che attraversa i cuori quando <la porta fu chiusa> (Mt 25, 10). In quel momento è necessario ed è bello trovarsi dentro e mai fuori per dedicarsi alla conversazione interiore che crea le condizioni della personale conversione. Solo una conversione profonda può essere la premessa più sicura e promettente di ogni cambiamento e miglioramento esteriore. Quando – ventenne – Caterina ricevette l’anello invisibile che la rendeva sposa di Cristo pensò che questo dovesse comportare una maggiore separazione, mentre il Signore le fece intendere che voleva stringerla a sé <mediante la carità del prossimo>, cioè mediante la mistica della contemplazione come fonte di un dinamico amore sempre più audace. Come spiega Giovanni Paolo II: <L’impulso del maestro divino svelò in lei come un’umanità di accrescimento>1. Possiamo chiedere alla patrona d’Italia e copatrona della nostra vecchia giovane Europa, proprio il dono di un accrescimento di umanità attraverso l’amore di Cristo e dei fratelli. Che non ci capiti, proprio per mancanza di umanità, di sentirci dire dall’interno della casa in festa per la ritrovata intimità con lo Sposo: <In verità vi dico: non vi conosco> (Mt 25, 12). E nel medesimo capitolo del vangelo di Matteo la conoscenza di Cristo come Signore della nostra vita è legata alla capacità – quasi irriflessa – di riconoscerlo e di servirlo nei <fratelli più piccoli> (25, 45). Per questo un’altra cosa possiamo chiedere per il nostro Paese e per i popoli della nostra Europa: avere occhi e cuore per quei <fratelli più piccoli> che bussano alla porta delle nostre nazioni per condividere la nostra vita e per crescere con noi verso un accrescimento di umanità. Sapremo così accogliere chiunque portando in mano e nel cuore quel ramoscello di ulivo con cui Caterina sfidò gli odi e le chiusure del suo tempo non escluse quelle della Chiesa dei suoi giorni. Non ci resta che invocare dal profondo del nostro cuore: Santa Caterina prega per noi!


1. GIOVANNI PAOLO II, Lettera apostolica per il VI° centenario del transito di santa Caterina da Siena, 29 aprile 1980.

Il tuo nome è Dedicazione, alleluia!

IV settimana T.P. 

L’evangelista Giovanni precisa il contesto in cui le parole di Gesù vengono pronunciate: <la festa della Dedicazione> (Gv 10, 22). Questa ricorrenza è per Israele la memoria del superamento di uno dei momenti più tristi e difficili della sua storia che fu la profanazione del Tempio da parte di Antioco Epifane (165 a.C. circa). Il Signore Gesù, sembra dire che ci sono molti e svariati modi per profanare il tempio del cuore. Il fatto che i notabili del popolo lo vogliano mettere a morte, loro che tanto si preoccupano della purità del tempio, rivela che il loro cuore è impuro perché non ha imparato, dalla frequentazione e dall’amore per il tempio, a considerare come luogo di divina dimora ogni realtà creata e, in particolare, ogni persona in cui la presenza di Dio da sempre e per sempre pone la sua dimora. Questo tema del tempio e del corpo del Signore attraversa tutto il quarto vangelo. Agostino, riflettendo sul mistero del tempio, lo interpreta alla luce del desiderio divino di fare di tutta l’umanità il luogo della sua dimora: <affinché in Cristo Gesù una sola e medesima fede conduca a Dio tutti coloro che sono predestinati a diventare città di Dio, casa di Dio, tempio di Dio>1.

Mentre per i sacerdoti e gli scribi il tempio rischia di diventare il simbolo di una differenza e di una eccellenza, per il Signore Gesù non può che essere il segno di una cura e di una tenerezza che si stende e si estende a tutti. I Giudei pongono al Signore Gesù una domanda che assume il tono della supplica: <Se tu sei il Cristo dillo a noi apertamente> (Gv 10, 24). Al Signore non sfugge tutta l’ambiguità di una simile identificazione in cui si cela il bisogno e il desiderio più di un condottiero e di un liberatore che di un pastore e di un salvatore: <Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore> (10, 26). Forse nella mente e nel cuore di quanti si stringono <attorno> (10, 24) al Signore non ci sono pecore, ma più facilmente cavalli e cavalieri. Ogni volta che immaginiamo un Dio capace di fare cose grandi, difficilmente riusciamo ad immaginarlo in quella forma così tenera e così intima che, invece, sembra essere l’unica che Gesù conosca e ami: <Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano> (10, 28).

All’immagine della conquista e della giusta vendetta si contrappone quella di una cura che sa e vuole sempre e solo dare storicizzando e incarnando quella che è la stessa ed essenziale vita divina: <Il Padre mio che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre> e come se non bastasse <Io e il Padre siamo una cosa sola> (10, 29-30). È questa attitudine e questa logica che sta a fondamento della vita della Chiesa, del suo ministero pastorale e del suo zelo di evangelizzazione, così come possiamo ammirare in Barnaba che, in tutto simile al Signore, <partì alla volta di Tarso per cercare Saulo> (At 11, 25).


1. AGOSTINO, La città di Dio, 18, 47.

Sabato 23 maggio H 15.30 – Novalesa prima e dopo Novalesa

Il tuo nome è Felicità, alleluia!

IV settimana T.P. 

Le due letture di oggi ci offrono due quadri che anticipano, in un evento e in una parabola, quella <felicità eterna> (Colletta) cui chiediamo di partecipare, facendo nostre le parole della preghiera che raccoglie i nostri desideri e presenta i nostri bisogni a Dio proprio all’inizio della liturgia. Di questa <felicità> è segno il grande cambiamento di atteggiamento interiore richiesto a Pietro quando, stando al suo racconto con cui cerca di schermirsi dalle accuse e dalla disapprovazione di alcuni membri della comunità, <lo Spirito mi disse di andare con loro senza esitazioni> (At 11, 12). Dopo tutte le resistenze che conosciamo come caratteristiche proprie della personalità di Simon Pietro e di cui ci testimoniano abbondantemente i Vangeli, ecco che l’apostolo ha imparato ad essere più docile e più coraggioso. Infatti, possiamo ritrovare in Pietro le stesse attitudini “pastorali” di cui parla il Signore Gesù nel vangelo: <e ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore> (Gv 10, 16). Possiamo contemplare nella figura dell’apostolo lo stesso cammino cui il Signore Gesù, come bello  e buon pastore della nostra vita, vuole condurci e guidarci: dilatare l’attenzione del cuore e desiderare che tutti vi trovino posto e si ritrovino in esso più vicini tra loro, meno soli e per questo più vicini alla <felicità>.

Quale felicità più grande ci può essere di quella di allargare la propria rete di relazioni e di dilatare la propria capacità di entrare in relazione per creare un contatto con lo stesso Signore? Davanti alla sovrabbondanza con cui Dio ricolma di Spirito Santo la famiglia di Cornelio, l’apostolo non trova altre parole se non quelle proprie di chi si sente sempre superato dal dono della grazia in quello che è il proprio ministero a servizio della grazia: <Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che a noi per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?> (At 11, 17). È come se Pietro si ritrovasse costretto ad andare ben oltre i suoi parametri e oltre gli stessi parametri della Chiesa nascente per scorgere in ogni uomo <la cerva che anela ai corsi d’acqua> (Sal 41, 2) a cui, di certo, non si può sottrarre il dono di un sorso ristoratore. Soprattutto se– dopo tanta fatica – la cerva del cuore giunge finalmente sull’argine del <Dio della mia gioia, del mio giubilo> (41, 4) e vuole e può finalmente dissetarsi. Come si può essere di <impedimento> (At 11, 17) quando tutto, invece, è stato posto da Dio come incitamento alla felicità?!

Tutt’altro! Come dice il Signore Gesù parlando di se stesso sotto la similitudine del Pastore: <questo comando ho ricevuto dal Padre mio> (Gv 10, 18). Si tratta del comando che è poi stato donato e affidato alla Chiesa chiamata ad essere icona della grande felicità di Cristo: <il Padre mi ama: perché io offro la mia vita> (10, 17). Attraversando il mistero pasquale Simon Pietro ha dovuto riconoscere nel Signore Gesù il Pastore della sua stessa vita, capace di accoglierlo oltre ogni rinnegamento ed è qui che ha compreso il mistero del <potere> (10, 18) affidatogli: offrire la propria vita <perché abbiano la vita> (At 11, 18) e si apra per tutti la porta della felicità!

Il tuo nome è Semplicità, alleluia!

IV Domenica di PASQUA 

Le parole del Signore Gesù sono chiare, semplici, dirette: <In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante> (Gv 10, 1). Detto in altre parole il criterio di discernimento che ci viene offerto dal Signore Gesù per distinguere il pastore dal brigante – e il vero pastore dal <ladro> (10, 10) – è la sua rettitudine che si rivela attraverso il suo modo semplice di relazionarsi con le pecore, senza inutili complicazioni e raggiri, atteggiamenti che fanno perdere tempo ed energie. Inoltre, viene subito menzionato – accanto al pastore che si accosta all’ovile con semplicità – il <guardiano> (10, 3). Non siamo soli, non si è mai soli e ogni nostro gesto – se autentico e non inficiato dalla doppiezza del cuore – può e deve essere compiuto alla luce del sole e al cospetto di altri che condividono il nostro cammino e prendono parte, a loro modo, alla nostra dedizione e alla nostra cura.

Da parte delle pecore è necessario sentire l’odore del pastore e discernere chiaramente la sua voce fino a riconoscere i gesti con cui le spinge fuori per farle pascolare. Il Signore insiste e quasi spera che possa essere vero: <Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei> (10, 5). La <voce degli estranei> è ciò che ci distoglie dall’essenziale semplicità della nostra relazione con il Signore. Ci sono voci nel nostro cuore che promettono tante cose e che ci illudono fino a sedurci. Per questo il Signore Gesù non ci lascia nell’ignoranza: <Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere: io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza> (10, 10). Questo è il criterio per discernere il volto del pastore e distinguerlo, accuratamente, dai gesti incantatori del ladro che ci ruba a noi stessi, ma questo è pure il criterio per discernere in che misura, e fino a che punto, noi siamo <le sue pecore> (10, 3).

Per fare questo ulteriore passo che ci riguarda direttamente, ci viene in aiuto la parola di Pietro. Nella seconda lettura veniamo attrezzati per poter portare a termine il nostro discernimento: <se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza> (1Pt 2, 20). Non si tratta di un invito al masochismo, ma di una memoria di quanto sia necessario valutare ciò che ci sta a cuore e in cui crediamo veramente a partire dalla disponibilità a darsi personalmente. Anche dal nostro cuore sorge spontaneamente la domanda che risuona nella folla al mattino di Pentecoste davanti al Cenacolo: <Che cosa dobbiamo fare, fratelli?> (At 2, 37). Tra le tante risposte possibile a questa domanda, potremmo oggi privilegiare, nel nostro cammino di conversione, una scelta di semplicità che imita l’attitudine del buon pastore: essere capaci di andare diritti verso l’essenziale che si esprime nella capacità e nella volontà di prendersi cura della vita senza fare troppo caso a se stessi. La <porta> (Gv 10, 7) attraverso cui dobbiamo passare per entrare nell’ovile e per uscire verso le <acque tranquille> (Sal 22, 2) della salvezza è la croce di Cristo, la quale ci aiuta a discernere ciò che in noi è conforme al Vangelo e ciò che invece non vi corrisponde, tanto da cedere ad inutili complicazioni e complicanze.

Ton nom est simplicité, alléluia !

IV Dimanche de PAQUES 

Les paroles du Seigneur Jésus sont claires, simples, directes : «  En vérité, en vérité, je vous le dis, celui qui n’entre pas par la porte dans la bergerie, mais pénètre par une autre voie, celui-là est le voleur et le pillard » (Jn 10,1). Autrement dit, le critère  de discernement offert par le Seigneur Jésus pour distinguer le berger du pillard – et le vrai berger du «  voleur » (10,10) – est sa droiture qui se révèle par sa façon simple d’entrer en relation avec les brebis, sans complications et tromperies inutiles, attitudes qui gaspillent temps énergie. De plus, le « gardien » est tout de suite mentionné avec simplicité à côté du pasteur (10,3). Nous ne sommes pas seuls et l’on n’est jamais seuls – chacun de nos gestes – s’il est authentique et pur de toute duplicité de coeur – peut et doit être accompli au grand jour et en présence d’autres personnes partageant notre chemin et participant, à leur manière, à notre dévouement et à notre sollicitude.

Pour les brebis, il est nécessaire de sentir l’odeur du berger et de discerner clairement sa voix jusqu’à reconnaître les gestes avec lesquels il les pousse au-dehors pour les faire paître. Le Seigneur insiste et souhaite que cela soit vrai : « Elles ne suivront pas un étranger, elles le fuiront, au contraire, parce qu’elles ne connaissent pas la voix des étrangers » (10,5). La « voix des étrangers » voici ce qui nous détourne de l’essentielle simplicité de notre relation au Seigneur. Il y a des voix dans notre coeur qui promettent tant de choses et qui nous trompent jusqu’à nous séduire. Pour cela le Seigneur Jésus ne nous laisse pas dans l’ignorance : « Le voleur ne vient que pour voler, égorger et détruire : Moi, je suis venu pour que les brebis aient la vie et l’aient en abondance » (10,10). Ceci est le critère pour discerner le visage du pasteur et le distinguer, soigneusement, des gestes enjôleurs du voleur qui nous vole à nous-mêmes, mais cela est aussi le critère pour discerner dans quelle mesure et jusqu’à quel point, nous sommes «  ses brebis » (10,3).

Pour faire un pas en avant qui nous concerne directement, la parole de Pierre vient nous aider. Dans la seconde lecture, nous sommes équipés pour pouvoir finaliser notre discernement : «  Si en faisant le bien vous supporterez avec patience la souffrance » (1 P 2, 20). Il ne s’agit pas d’une invitation masochiste, mais d’un rappel de combien il est nécessaire d’évaluer ce qui nous tient à coeur et en quoi nous croyons vraiment, à partir de notre disponibilité à nous donner personnellement. La question surgit aussi spontanément de notre coeur comme celle qui résonne de la foule au matin de Pentecôte devant le Cénacle question, que nous pouvons privilégier, aujourd’hui, pour notre chemin de conversion, en  choix de simplicité qui imite l’attitude du bon pasteur : être capables d’aller droit à l’essentiel qui s’exprime dans la capacité et la volonté de prendre soin de la vie sans faire trop attention à soi. La « porte » (Jn10,7) par laquelle nous devons passer pour entrer dans le bercail et pour sortir vers «  les eaux tranquilles » (Ps 22,2) du salut, est la croix du Christ, laquelle nous aide à discerner ce qui est conforme à l’évangile, en nous, et ce qui, au contraire, n’y correspond pas  assez pour céder aux  difficiles et inutiles complications.

Andate

San Marco 

L’invito del Risorto è di portata assolutamente universale: <Andate in tutto il mondo e proclamata il Vangelo ad ogni creatura> (Mt 16, 15). Possiamo immaginare una certa commozione nella mano dell’evangelista Marco o, forse ancor più certamente, di quel discepolo e ammiratore che ne ha concluso il testo con una mirabile aggiunta. La commozione di scrivere ancora una volta questa parola che se è capace di toccare e cambiare il cuore, può in questo modo cambiare il mondo e orientare radicalmente la storia: <Vangelo>! L’apostolo Pietro, nella sua lettera, fa menzione di questo discepolo filiale con queste parole: <Vi saluta la comunità che vive in Babilonia, e anche Marco, figlio mio> (1Pt 5, 13). L’ultima raccomandazione dell’apostolo che vive l’esperienza della diaspora e si prepara interiormente al martirio suona così: <Salutatevi l’un l’altro con un bacio d’amore fraterno. Pace a voi tutti che siete in Cristo> (5, 14).

In questo estremo saluto troviamo riassunto l’essenza stessa del Vangelo che è capace di profumare il mondo intero e di illuminare, di luce nuova, la storia dell’umanità: la tenerezza dell’amore che porta come frutto la pace. Sono questi gli elementi che fanno del Vangelo non semplicemente e primariamente un messaggio, ma un vero farmaco per tutte le nostre ferite di umanità che abbiamo ricevuto e inflitto: <Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono… guariranno> (Mc 16, 17-18). Se questa è la cura del Vangelo capace di guarire fino a risanare completamente la nostra umanità e ridare vigore e fiducia alle nostre relazioni, vi è uno stile che bisogna assumere. Nonostante l’evangelista Marco sia simbolizzato dal leone che sventola su tutte le terre conquistate da Venezia, il cammino è proprio quello di diventare sempre meno leoni e sempre più agnelli.

L’apostolo Pietro lo dice con chiarezza e fermezza: <Umiliatevi…> (1Pt 5, 6). Come ricordano i padri del deserto è proprio l’umiltà a mettere in fuga l’avversario delle nostre anime, il nemico della pace il quale <come leone ruggente va in giro cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede> (5, 8). Vi è, infatti, un altro ruggito cui bisogna dare ascolta ed è quello del <leone di Giuda> (…) che nel nostro cuore ci richiama continuamente alla sapienza terapeutica del Vangelo la cui potenza è ancora oggi confermata dai <segni> (Mc 16, 20) che l’accompagnano e che fanno di noi stessi un segno di speranza, di amore e di pace per <ogni creatura> (Mc 16, 15). Il tutto animato da quell’<umiltà> cui esorta l’apostolo Pietro nella prima lettura che è l’atteggiamento chiavi di ogni annuncio e di ogni evangelizzazione perché si tratta di dare pieno spazio alla parola di Dio e alla sua azione efficace nella vita dei suoi figli. Annunciare esige sempre un andare che comporta la disponibilità a fare non solo dei passi in avanti, ma anche dei passi indietro… proprio come quando si danza. Per questo si può ben dire: <Come sono belli sui monti i piedi…>!