Compiere

XX settimana T.O. –

Per il Signore Gesù il compimento non è possibile se non a partire da un adempimento personale che impegni le energie migliori di ciascuno per dare carne e corpo a ciò che si sente, si pensa, si crede. L’esperienza di Rut conferma e anticipa profeticamente lo stile e la predicazione del più illustre tra i suoi discendenti che è il Verbo fatto carne e nato a Betlemme. Il compimento non è semplicemente frutto di decisione e di sforzo, ma è il risultato di una profonda ed efficace sinergia tra il dono ricevuto e la capacità di metterlo a frutto. Il primo passo sembra proprio essere quello di rinunciare ad ogni sistema di privilegio: <Ma voi non fatevi chiamare “rabbi”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli> (Mt 23, 8). Il compimento fedele della Legge esige l’appassionata capacità di ascoltarsi, di accogliersi, di incontrarsi, di accompagnarsi. Si tratta di rinunciare a pensare se stessi e a offrire se stessi come modello, per amare di più di stare accanto accettando di avere pure bisogno che qualcuno ci stia accanto. Ogni volta, infatti, che si pensa a se stessi come un modello da offrire ad altri, il rischio è proprio quello e quasi inavvertitamente di cominciare a coltivare le apparenze a danno della verità di se stessi e dell’autenticità della relazione.

Come possiamo immaginare che qualcuno ci scelga come punto di riferimento senza ricordargli che tutti dipendiamo dal Signore. Il Vangelo ci ricorda di non diventare mai, in nessun modo e per nessuno un peso, ma dei fratelli amorevoli e sempre “alla pari”. È facile salire in cattedra, costoso rimettersi sui banchi della scuola della vita, ambizioso insegnare, laborioso imparare. Non si tratta di rifiutare il servizio di fare da punto di orientamento per la vita degli altri, ma sempre distinguendo accuratamente il servizio dalla propria identità più profonda e più vera. L’esperienza di Rut è una grande lezione di coerenza come capacità di stare accanto a una persona per fedeltà a se stessi e al proprio cuore, prima di tutto e soprattutto. Come dice Aristide per difendere la condotta dei primi cristiani <cio che essi non vogliono che gli altri facciano loro non lo fanno nei riguardi di nessuno>1. Uno dei primi segni di questa capacità, che potremmo ben definire come abilità di coerenza fondata sull’inerenza come fedeltà alla propria coscienza interiore e segreta, consiste nel non far portare ad altri quei pesi che noi stessi non saremmo in grado o comunque non ameremmo di sopportare. Proprio la memora commossa dell’esperienza di Rut, che è indubbiamente una delle storie più belle e toccanti di tutte le Scritture, rende ancora più forte la parola di avvertimento che il Signore Gesù <rivolse alla folla e ai suoi discepoli> (Mt 23, 1).

Sembra quasi una sorta di nemesi o di catarsi! Infatti, la parola del Maestro mette in luce i limiti e le ambiguità di coloro che si sentono in diritto e in dovere di giudicare l’operato degli altri e di mettere in guardia i propri discepoli persino dal frequentare coloro che vengono ritenuti inaffidabili perché non chiaramente integrati. Il sentimento dominante e ricorrente di Rut, che si perpetua nel nome che sarà dato al frutto del suo grembo – Obed/servo –, contrasta luminosamente con ciò che il Signore indica come il difetto o quasi la malattia dominante di scribi e farisei 


1. ARISTIDE, Apologia, XV, 4. Cfr.: Fratel MichaelDavide, Rut, donna altra, Meridiana, Molfetta 2007.

Dipendono

XX settimana T.O. –

Il Signore Gesù non esita a rispondere con tutta onestà e chiarezza a chi ha il coraggio di interrogarlo con altrettanta onestà: <Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti> (Mt 22, 40). Si potrebbe aggiungere che tutto il resto non è che commento e attuazione. Mentre la tradizione, soprattutto farisaica, aveva coltivato la tendenza piuttosto ad allungare in mondo infinito la lista dei precetti da osservare per avere una minima possibilità di sentirsi a posto con Dio tanto fino ad accostare ogni precetto da osservare ad una parte del corpo – in tutto 613 – il Signore Gesù sceglie la linea dell’essenzializzazione: <Amerai… Amerai> (22, 37-38). Rut ci dà un esempio concreto di ciò che significa entrare in questa logica di amore incarnato piuttosto che programmato: <Non insistere con me che ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch’io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio> (Rt 1, 21).

Ciò che avviene sulla strada che porta dalla terra di Edom a Betlemme è quella necessaria inversione dei fattori che permette non solo di arrivare allo stesso risultato, ma sembra persino purificarlo e renderlo più pieno. Alla preoccupazione talora ossessiva di ogni forma religiosa di trovar e dare un posto conveniente a Dio nella vita dell’uomo sembra corrispondere l’invito a ricominciare, ogni giorno, dalla concretezza delle nostre relazioni umane attraverso la cui autenticità ci è dato di riconoscere in noi stessi e negli altri il segno del sigillo della divina presenza. Magnificamente il testo della prima lettura annota che le due donne <arrivarono a Betlemme quando si cominciava a mietere l’orzo> (1, 22). L’esodo al contrario voluto da Elimelech in cerca di fortuna e di sopravvivenza lontano dalla terra promessa in cui, lui e i suoi due figli maschi troveranno invece la morte, porta il suo frutto nell’amore solidale e assolutamente concreto che si è creato tra Noemi e Rut.

La Scrittura sembra ricordarci che la principale artefice di questa speranza nella più assoluta disperazione è la moabita Rut che invece di programmare e scegliere la propria vita sembra essere totalmente intenta ad assumere le costrizioni della vita trasfigurandole in un’occasione di più grande amore. Potremmo dire che si comincia a <mietere> nella vita solo quando si accetta di rinunciare consapevolmente a difendersi dalle esigenze di un amore fattivo e intessuto di scelte semplici e concrete. Il <pane> (1, 13) di cui tutti abbiamo bisogno è soprattutto il pane che possiamo condividere in modo da nutrire non solo il nostro bisogno di sopravvivenza, ma prima ancora, di dare ali al nostro desiderio di vivere in pienezza. Il primo passo di conversione che Rut ha vissuto in modo così tanto naturale quanto poco religioso, è ciò che sembra ricordarci con la sua risposta il Signore Gesù che ci chiede, delicatamente eppure così chiaramente, di rinunciare al <grande comandamento> (Mt 22, 36) per piegarci ai “piccoli comandamenti” che presiedono alla fatica di scegliere il passo seguente della nostra vita.

Ammutolì

XX settimana T.O. –

In realtà la parabola che il Signore Gesù rivolge ai capi dei sacerdoti e ai farisei ne contiene un’altra ancora più tagliente. Alla prima immagine degli invitati che rifiutano di partecipare al banchetto di nozze e sono sostituiti da <tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni> tanto che <la sala di nozze si riempì di commensali> (Mt 22, 10), segue quella di <un uomo che non indossava l’abito nuziale> (22, 11). Il testo ci dice che alla domanda postale dal padrone di casa <Quello ammutolì> (22, 12). Si tratta di un silenzio greve in cui si manifesta l’inconsapevolezza e la superficialità nell’accogliere il dono senza lasciarsi veramente cambiare dal dono di un invito che dovrebbe sorprendere fino a cambiare radicalmente. Al cuore dell’intera parabola campeggia una sorta di primo piano su quelli che sono i sentimenti profondi di questo padrone di casa totalmente intento ad organizzare <una festa di nozze> (22, 2). Il sentimento suona così: <Allora il re si indignò> (22, 7). La parabola nella parabola ci mette di fronte all’indignazione da una parte e ad un drammatico mutismo dall’altra!

Ciò che il Signore Gesù sembra volerci comunicare con questa parabola è la necessità di rendersi conto di ciò che riceviamo e di ciò che ci viene donato come opportunità. Questo riguarda certamente coloro che <non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari> e peggio ancora <altri presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero> (22, 6). Ma riguarda pure quell’invitato dell’ultima ora che è rimasto tale e quale a come era prima, senza lasciarsi veramente toccare e cambiare dall’invito ricevuto. La parabola di quest’oggi sembra completare quella che la precede nella sequenza liturgica dell’ascolto dei testi. Essere chiamati alla prima o all’ultima ora, essere i primi destinatari di un invito o di un annuncio o essere i sostituti di quanti hanno declinato non è la cosa più importante. Ciò che fa la differenza è quello che avviene nell’intimo del nostro cuore come cammino e processo di crescita e di trasformazione che, se disatteso, può trasformarsi in invidia rovente o in una sorta di algida inconsapevolezza.

In questo senso la figura non facile della figlia di Iefte con la sua disponibilità ad essere sacrificata per compiere il voto forse affrettato di suo padre acquista tutta la sua profondità: <Padre mio, se hai dato la tua parola al Signore, fa’ di me secondo quanto è uscito dalla tua bocca> (Gdc 11, 36). Di certo non possiamo giustificare nessun sacrificio umano né, tantomeno, l’immolazione cruenta di nessuna parte né di noi stessi né degli altri, ma questo racconto ci ricorda quanto una relazione liberamente accolta può coinvolgerci totalmente e serenamente. Con la liturgia bizantina chiediamo al Signore <di illuminare l’abito indossato dalla nostra anima> perché ci lasciamo rivestire dall’invito che ci viene rivolto per essere collaboratori della gioia di un Dio sempre intento a preparare una festa di nozze che dia a tutti speranza e slancio per un di più di vita e di corresponsabilità per l’allegrezza di tutti.

Buono!

XX settimana T.O. –

Nella Liturgia della Parola che ci accompagna in questi giorni, si respira quasi una certa urgenza. Non possiamo certo dimenticare la risposta che il Signore Gesù ha dato a quel giovane che prima lo interroga e poi se ne va triste per la sua strada: <Buono è uno solo.> (Mt 19, 17). Questa immagine sembra ora ritornare in modo ancora più forte quasi come una divina provocazione lanciata verso il nostro modo di sentire e concepire i rapporti: <Oppure sei invidioso perché io sono buono?> (Mt 20, 15). La bontà di Dio si esprime in una capacità di andare oltre il merito per guardare invece al bisogno di ciascuno fino a saperlo ricolmare in pienezza. Ciò che viene detto dal Signore Gesù nella parabola non fa che confermare ciò che viene intuito dalla parabola che troviamo nella prima lettura ove: <Si misero in cammino gli alberi per ungere un re su di essi> (Gdc 9, 8). Quella degli alberi che camminano sembra un sogno che rimane sospeso nell’inconscio umano da sempre tanto da comparire in molte fiabe antiche e moderne.

Gli alberi in realtà si rifiutano tutti di regnare sui loro simili perché sono ben paghi della loro realtà. Alla fine solo il rovo si lascia corrompere per così dire da se stesso e dalla sua propria stoltezza: <Se davvero mi ungerete su di voi, venite, rifugiatevi alla mia ombra; se no, esca un fuoco dal rovo e divori i cedri del Libano> (9, 15). Se mettiamo in relazione le due parabole potremmo arriva a dire che gli operai della prima ora i quali nel ritirare il loro salario <mormoravano> (Mt 20, 11) si comportano proprio come il rovo. Infatti, sembra che non si siano resi conto del dono che è stato loro concesso e invece di essere grati sono infastiditi dalla grazia che è stata usata anche agli altri.

Spesso ci identifichiamo con i primi chiamati a lavorare nelle vigna, ma, forse a ben guardare, siamo tutti un po’ ritardatari e <senza far niente> (20, 6). La cosa più importante è che il padrone della vigna ci ha presi a giornata noi che siamo stata scartati e non siamo stati assunti da nessun altro. Vivere in questa coscienza e gratitudine dovrebbe cambiare il nostro modo di guardare e di valutare gli altri. Il <rovo> di cui ci parla la prima lettura è così diverso da quel <roveto> che arde senza consumarsi e soprattutto senza consumare chi si avvicina ma diventando, al contrario, luogo di relazione e di rivelazione. Il fuoco della bontà non brucia ma cuoce, mentre la gelosia e l’invidia non possono che consumare fino ad annientare. Alla fine dell’apologo narrato nel libro dei Giudici proprio il rovo, che non è nemmeno degno di essere chiamato albero, accetta di porsi come re degli alberi portando tutto e tutti e alla rovina. Ciò che manca al rovo è la saggezza di riconoscere di non essere un albero e di agire per questo diversamente dagli alberi, senza entrare in competizione con loro e tenendosi serenamente al suo posto.

Farsi salvare

XX settimana T.O. –

Le parole del Signore Gesù sono un po’ esasperanti: <In verità io vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli> (Mt 19, 23). E se non bastasse la cosa viene ribadita e radicalizzata con un esempio che sembra scoraggiare ogni speranza: <Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio> (19, 24). Per comprendere la parola del Signore, ci viene in aiuto la prima lettura ove la domanda di Gedeone nasconde già la risposta che il Maestro darà a Pietro: <Perdona, mio Signore: come salverò Israele? Ecco la mia famiglia è la più povera di Manasse e io sono il più piccolo nella casa di mio padre> (Gdc 6, 15). La risposta è lapidaria: <Io sarò con te e tu sconfiggerai i Madianiti come se fossero un uomo solo> (6, 16). In realtà, non c’è nessuna possibilità di salvarsi, se non nella misura in cui si acconsente ad essere salvati. Il dialogo che il Signore Gesù intesse con i suoi discepoli è la continuazione dello shock di quel giovane che si allontana in modo così toccante ed inquietante.

Al cuore dell’incontro tra il Maestro e il <giovane> discepolo mancato vi è l’evocazione dei comandamenti elencati nella seconda tavola delle Torah ove troneggia l’invito a non rubare. Il ricco, secondo la logica del Vangelo, è sempre un ladro potenziale perché, confidando sulle proprie ricchezze, è meno incline a fare affidamento sulla grazia di un dono tutto da ricevere e sempre da condividere. Un ricco difficilmente entrerà nel regno dei cieli, proprio perché avrà la tendenza a non lasciarsi accogliere pensando di potervi accedere con i propri mezzi quasi ne avesse il diritto. Eppure, il Signore non lascia nello sconcerto totale i suoi discepoli, ma li incoraggia con una promessa: <In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele> (Mt 19, 28). Perché questo avvenga bisogna accettare di entrare nella logica del <Figlio dell’uomo> che è una logica di perdita, di offerta, di kenosi e non di “ruberia spirituale”.

Sempre la grande tentazione è quella di presentarci davanti a Dio come dei cammelli che, nella Scrittura, sono segno di ricchezza (cfr. Gb 42, 12) poiché <sulle loro gobbe trasportano tesori> (Is 30, 6). Di fatto il giovane che si era presentato a Gesù si offriva al suo sguardo “ben carico” delle sue osservanze mentre il Signore gli chiede di alleggerirsi il più possibile. La risposta dei discepoli se è costernata è pure molto sincera. Tutti, infatti, o siamo o ci sentiamo dei cammelli carichi di una qualche ricchezza da offrire. In ciascuno di noi vi è una tale paura di non essere accolti nella nostra povertà da indurci a dimenarci pur di offrire qualcosa per dimostrare all’altro che valiamo qualcosa e che non siamo poi così miserabili: <Intanto, non te ne andare di qui prima che io torni a te e porti la mia offerta da presentarti> (Gdc 6, 18). Sempre il Signore accoglie le nostre offerte, ma ci porta oltre ogni nostra offerta permettendoci così di farci salvare per poter, finalmente, veramente salvare.

Idoli

XX settimana T.O. –

Il libro dei Giudici è capace di affondare il dito e la lama direttamente nella piaga del nostro cuore: <gli Israeliti fecero ciò che è male agli occhi del Signore e servirono i Baal; abbandonarono il Signore, Dio dei loro padri, che li aveva fatti uscire dalla terra d’Egitto, e seguirono altri dèi tra quelli dei popoli circostanti> (Gdc 2, 12). In una parola, si potrebbe dire che tutti i mali vengono dalla dimenticanza che crea un’autoreferenzialità difficile da guarire, se non attraverso il cauterio della prova e dell’umiliazione: <In tutte le loro spedizioni la mano del Signore era per il male, contro di loro> (2, 15). Si potrebbe arrivare a dire che nel Vangelo assistiamo ad una sorta di spedizione in piccolo che sortisce lo stesso risultato di naufragio: <un tale si avvicinò e gli disse: “Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?> (Mt 19, 16). Molto probabilmente davanti ad una domanda come questa ci sentiremmo ammirati e ci precipiteremmo a fornire una risposta con tutti i particolari del caso per soddisfare al massimo colui che interroga con tanta devozione e riverenza.

Il Signore Gesù, invece, reagisce molto diversamente: <Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo> (19, 17). L’evocazione dei comandamenti fatta dal Signore Gesù si richiesta di questo tale è assai singolare e significativa perché si limita alla seconda tavola delle Dieci Parole che riguarda la relazione con gli altri che culmina con la contaminazione di un versetto del Levitico: <e amerai il prossimo tuo come te stesso> (19, 19). Stranamente questo tale si sente perfettamente a posto con tutte le esigenze di un amore così esigente fino a dire: <Tutte queste cose le ho osservate> (19, 20). A questo punto la malattia è tremendamente conclamata! Questo tale ritiene che si possa fare tutto per bene e di conseguenza poter raggiungere la pienezza del buono. In realtà, non è così secondo il Signore!

Ciò che manca a questo tale è la consapevolezza della complessità del cuore e dell’inevitabile ambiguità della vita, tanto da essere alla ricerca di una ricetta che, più o mono consciamente, rischia di portare a forme sempre più sottili di idolatria. Nell’elenco dei comandamenti sembra che al centro si trovi proprio quello che recita così: <non ruberai> (19, 19). Si tratta di qualcosa di molto più profondo ed esigente del semplice non rubare, di tratta di resistere alla tentazione di appropriazione per rimanere in una libertà del cuore che esige una povertà da se stessi. Per cominciare ecco qual è il consiglio del Signore: <vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo> (19, 21). Non si tratta di una semplice misura pauperistica… ben di più si tratta di un modo nuovo di percepire se stessi e quindi di porsi in relazione a Dio e agli altri. La conclusione non lascia dubbi e, soprattutto, non ci lascia in pace: <Udita questa parola, il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze> (19, 22). Per dirla con il libro dei Giudici questo <tale> che si rivela infine essere un <giovane> aveva troppi <idoli>, forse era idolo di se stesso e per questo è necessario il lungo tempo della prova che è sempre un necessario impoverimento per imparare a non rubare e ad assumere. Non si tratta di avere di più collezionando anche meriti spirituali, ma di avere meno da esibire di se stessi e più da accogliere per se stessi e per gli altri.

Quale pace?

XX Domenica T.O.

La lettera agli Ebrei ci invita a vivere <tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede> (Eb 12, 2) che oggi ci provoca con una domanda inaspettata: <Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra?> (Lc 12, 51). In realtà ci verrebbe da dire proprio con tutto il cuore: “Sì, noi speravamo che ci portasse la pace” (cfr. Lc 24, 21), così come annunciarono gli angeli: <…pace in terra agli uomini che egli ama> (Lc 2, 14). Ma cosa è la pace? Spesso, forse troppo spesso: <Ognuno parla di pace con il prossimo mentre nell’intimo gli ordisce un tranello> (Gr 9, 7) tanto da meritare il rimprovero di Gesù che dice <Ipocriti> (Lc 12, 56) ossia: gente che recita un personaggio senza assumere fino in fondo la responsabilità della propria personalità. La pace – shalom – nella Scrittura, è un punto di arrivo e non un comodo e scontato punto di partenza. Per questo, il Signore Gesù non viene a gettare acqua sul fuoco delle nostre tensioni, delle nostre ansie e delle nostre lotte, ma le purifica dalle scorie delle nostre paure e dei nostri egoismi, perché siano luoghi di crescita nella verità su noi stessi e sugli altri: dei veri laboratori di pace a caro prezzo. 

Si tratta di accogliere un Dio che, dopo aver provocato la vita, torna continuamente a provocare alla vita… la quale non comincia mai da noi stessi né finisce in noi stessi: <padre e figlio, madre e figlia, suocera e nuora> (Lc 12, 53) e così via… così avanti!  Il Signore Gesù si premura di portare la <divisione> (12, 51) laddove si rischia la morte per assorbimento, tanto che <d’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contre tre> (12, 53). Non si dice “due contro due” ma <due contro tre>! Quando noi fondiamo la pace – la nostra pace – sulla parità, sugli accordi e sui compromessi, il Signore inserisce il mistero della disparità – il mistero stesso della Trinità Santissima -. La pace a cui il Signore chiama ciascuno di noi non è frutto di ipo-crisia ma di un sovrappiù di discernimento – yper-krisis -, di attenzione e di dono di sé: <egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi si sottopose alla croce> (Eb 12, 2). Per questo una pace alla leggera non è degna di questo nome e – comunque – non ha niente a che vedere con il dono pasquale del Signore, la cui pace è frutto del coraggio attinto alla fonte che zampilla interiormente e che dà forza per resistere fino al sangue.

La croce sotto cui Gesù ha accettato di camminare non è semplicemente l’acconsentire di essere <l’uomo dei dolori che ben conosce il patire> (Is 53, 3), ma ancor più di non aver rifiutato di essere come il profeta Geremia “uomo di conflitti” perché sempre irriducibile ad ogni vuoto accomodamento superficiale: <voi avrete pace mentre una spada giunge alla gola> (Gr 4, 10). La croce, unica via per la verità che dà pace, è il coraggio di rimanere soli e nudi – come il profeta nella cisterna secca – abbracciando quel cammino di individuazione che passa per la porta stretta della differenziazione il quale, rendendoci consapevoli della nostra anima una e unica, ci apre le vie dell’un-animità che non vuol dire abdicare alla propria personalità, ma orientarsi verso la stessa meta, <fissando lo sguardo> nella stessa direzione e camminando con le gambe del proprio desiderio con l’ardore del proprio fuoco <che ardeva nel mio cuore mi sforzavo di contenerlo ma non potevo> (Gr 20, 9).

Quelle paix ?

XX Dimanche T.O. –

La lettre aux Hébreux nous invite à vivre «  en tenant le regard fixé sur Jésus, auteur et perfectionniste de la foi » ( He 12,2 ) et elle nous provoque aujourd’hui par une question inattendue : « Croyez-vous que je sois venu apporter la paix sur la terre ? » ( Lc 12, 51 ). En réalité, l’on pourrait vraiment dire de tout coeur : «  Oui, nous espérions que tu nous apporterais la paix » ( cf Lc 24, 21 ), de la même manière que l’annonçaient les anges «  …paix sur la terre aux hommes qu’Il aime » ( Lc 2, 14 ). Mais qu’est donc la paix ? Souvent et même trop souvent : «  quelqu’un parle de paix avec le prochain alors qu’en son for intérieur, il lui tend un piège » (Je 9, 7 ), méritant ainsi le reproche de Jésus «  Hypocrite » ( Lc 12, 56 ) ou encore : individu qui joue un personnage sans assurer de fond en comble la responsabilité de sa propre personnalité. La paix  – shalom – dans les Ecritures, est un point d’arrivée et non une commode et supposé point de départ. Pour cela, le Seigneur Jésus ne vient pas jeter de l’eau sur le feu de nos tensions, de notre anxiété et de nos luttes, mais il les purifie des scories de notre peur et de nos égoïsmes, afin qu’ils soient lieux de croissance dans la vérité sur nous-mêmes et sur les autres : des vrais laboratoires de paix de grande valeur.

Il s’agit d’accueillir un Dieu qui, après avoir provoqué la  vie, continue encore à provoquer à la vie…laquelle ne débute jamais de nous-mêmes ni ne finit en nous : « père et fils, mère et fille, belle-mère et belle-fille ( Lc 12, 53 ) ainsi de suite… et cela continue ! Le Seigneur Jésus s’empresse d’apporter la «  division » ( 12, 51 ) là où l’on risque la mort par absorption, de telle façon que «  désormais, en effet, dans une maison de cinq personnes, on sera divisé trois contre deux et deux contre trois » ( 12, 53 ). Il n’est pas dit «  deux contre deux », mais «  deux contre trois » ! Lorsque nous fondons la paix – notre paix, sur la parité, sur des accords et des compromis, le Seigneur y insère le mystère de la disparité – le mystère même de la Sainte Trinité – la paix à laquelle le Seigneur appelle chacun de nous n’est pas le fruit d’une hypo-crisie mais d’un surplus de discernement –yper-krisis – d’attention et de don de soi : « Jésus, qui au lieu de la joie qui lui était proposée, endura une croix » ( He 12, 2 ). Pour cela, une paix à la légère n’est pas digne de ce nom et – donc- n’a rien à voir avec le don pascal du Seigneur, dont la paix est le fruit du courage puisé à la source qui faillit intérieurement et donne la force pour résister jusqu’au sang.

La croix sous laquelle Jésus a accepté de marcher n’est pas simplement l’assentiment d’être «  l’homme des douleurs qui connaît bien le Père » ( Is 53, 3 ), mais plus encore celui qui n’a pas refusé d’être comme le prophète Jérémie «  homme des conflits » car toujours irréductible à tout accommodement vide et superficiel «  Vous aurez la paix alors qu’une épée touchera votre cou » ( Je 4, 10 ). La croix, unique voie pour la vérité qui donne la paix, est le courage de rester seul et nu – comme le prophète dans la citerne sèche- en embrassant ce chemin d’individualité qui passe par la porte étroite de la différentiation, chemin qui en nous rendant conscients de notre âme unique, nous ouvre la voie de l’un-animité qui ne signifie pas abdiquer de sa personnalité, mais s’orienter vers le même but «  en fixant le regard » dans la même direction et en marchant avec les jambes de son désir avec l’ardeur de ce feu «  qui brûlait dans mon coeur, je m’efforçais de le contenir, mais je n’y arrivais pas » ( Je 20, 9 ).

Integrità

XIX settimana T.O. –

Giosuè invita il popolo a continuare ed intensificare il suo cammino nella fede con queste parole: <temete il Signore e servitelo con integrità e fedeltà> (Gs 24, 14). Il Signore Gesù nel Vangelo consegna ai suoi discepoli una parola che può e deve orientare il cammino di ogni giorno: <Lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli> (Mt 19, 14). Mettendo insieme questi due testi potremmo concludere che l’<integrità> raccomandata da Giosuè non è altro che questa capacità di accogliere ciò che non si può imporre da solo – come i bambini – e dare spazio nella propria vita a ciò che ha maggiormente e talora urgentemente bisogno di attenzione, di accoglienza, di cura. La reazione dei discepoli davanti al fastidio che possono dare dei bambini è evidenziata crudamente dall’evangelista: <ma i discepoli li rimproverarono> (19, 13). C’è anche in noi la tendenza a non volere tra i piedi nessuno che disturbi il nostro programma e ci chieda un’attenzione e una cura impreviste. Soprattutto anche noi facciamo fatica a dare spazio a tutte quelle realtà piccole e fragili di cui pure è necessariamente intessuta la nostra vita e quella di coloro che condividono con noi il cammino dell’esistenza.

L’ultimatum di Giosuè risuona anche per noi: <scegliete oggi chi servire> (Gs 24, 15)! Non si tratta semplicemente di eliminare gli <dèi> (24, 14) serviti e adorati dai nostri padri, ma è necessario rinunciare all’idolatria di se stessi per aprirsi sempre di più e sempre meglio all’accoglienza di Dio nei segni più piccoli della sua presenza con cui bussa alla porta del nostro cuore e chiede di essere accolto nella nostra vita. Portiamo dentro di noi una sorta di attrazione fatale per ciò che è grande e appariscente perché questo ci permette di sfuggire al confronto esigente con tutto ciò che in noi è così fragile e così piccolo da esigere cura e attenzione. Giosuè continua la sua esortazione: <rivolgete il vostro cuore al Signore, Dio di Israele> (24, 23) e il Signore Gesù concretizza ulteriormente il senso di questa conversione sempre necessaria col ricordare ai suoi discepoli che sempre bisogna saper ricominciare dai <bambini> (Mt 19, 14)

Giosuè ricorda al popolo che il Signore <è un Dio santo, è un Dio geloso> (Gs 24, 19). Il Signore Gesù ci fa scoprire come questa santità e gelosia divine si inverano nella predilezione dell’Altissimo per ciò che è piccolo e ci chiede continuamente di saper e voler entrare in questa medesima logica e modalità di approccio al reale.

Come una rosa

Assunzione di Maria

La vita della Madre di Dio, di Maria, può essere compresa come un tema ben scritto dall’inizio alla fine. Oggi, contemplando il mistero dell’Assunzione potremmo dire che alla fine la Madre di Dio ha ricevuto un “dieci e lode” per quella sua vita completamente donata e messa al servizio del mistero di Cristo. Il mistero di Maria riconosciuta da Elisabetta come la <Madre del mio Signore> (Lc 1, 43) illumina e guida il cammino della nostra stessa vita che se è un tema tutto ancora da scrivere nondimeno è un compito che possiamo affrontare con serenità ed entusiasmo senza paura di fallire senza per questo non poter anche sbagliare. Il canto del Magnificat che si trova all’inizio dell’esperienza di fede e di amore di Maria, in realtà, è l’anticipo della fine coronata da un senso di grazia che avvolge tutta la sua vita e se l’ha sconvolta all’inizio, l’ha coronata alla fine. Questo canto di gioia che sembra quasi “scappare” dalle labbra di Maria con meravigliosa spontaneità nel momento della visita a sua cugina attraversa la calura estiva come un soffio rinfrescante e si fa annuncio di un mondo nuovo, di un modo nuovo in cui la salvezza si offre a tutti come orizzonte possibile di vita e quale <segno grandioso> (Ap 12, 1) che indica il cammino.

Maria non ha mai avuto dubbi su se stessa: <sono la serva del Signore> (Lc 1, 38) e in questo si fa modello della Chiesa chiamata continuamente a vivere in una radicale povertà e gratitudine di fronte al dono di Dio. È in questa consapevolezza di radicale povertà e di assoluta grazia che radica il mistero e la missione della Chiesa chiamata a camminare nella storia con umiltà e pazienza. Nel mistero dell’Assunzione si disvela tutto il mistero della nostra stessa visitazione da parte del Signore nelle pieghe del quotidiano e, persino, negli angoli più umbratili della nostra esistenza. Anche per noi si apre l’orizzonte per poter cantare a piena voce il nostro Magnificat. Il segno caratteristico della fede di Maria è il suo rapido passo che la fa salire verso la casa di Elisabetta come la gazzella del Cantico facendosi essa stessa arca del Signore che non è più portata da altri e trascinata da buoi, ma porta lo stesso Signore della vita.

La solennità dell’Assunzione è come una rosa sbocciata in piena estate… questo fiore che si offre quando si ama, si dona ben aldilà di tutte le nostre aspettative, di tutte le nostre occupazioni sia di lavoro che di vacanza. L’Assunzione di Maria ci ricorda che l’amore di Dio è capace di accompagnare la vita da prima del suo germogliare fino ad oltre la sua stessa consumazione. Il Figlio accoglie sua madre baciata dallo Spirito nel seno stesso dell’amore eterno del Padre che è capace di accogliere non solo ciascuno dei suoi figli e delle sue figlie, ma di accoglierci nella totalità della nostra storia che, infine, fa tutt’uno con il disegno di Dio stesso e del suo desiderio. Per questo oggi, mentre celebriamo il compimento dell’esperienza di fede di Maria, in realtà celebriamo la nostra stessa speranza. La nostra speranza è di essere come un fiore il quale non si può che coltivare, offrire, ammirare ma che non si può stringere nella propria senza rischiare di sciuparlo e se è una rosa di pungersi. Una rosa non si può che respirare e così la nostra vita e il nostro essere presenti alla vita degli altri è chiamata a diventare leggera e amabile come un profumo che si sente, ma non si tocca né si possiede pur restandone inebriati. La Vergine Madre che sale verso il cielo dell’amore compiuto ci indica il cammino e ci ricorda il grande compito di non fermarci e quasi neppure soffermarci sulle inevitabili spine accontentandoci – di fa per dire – di respirare insieme il profumo del dono della vita aldilà di ogni violenza, di ogni ingiustizia, di ogni egoismo in attesa che tutto si compia per tutti: <L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte> (1Cor 15, 26).