Accogliere… il bambino

Presentazione del Signore –

Quaranta giorni dopo il Natale è come se dovessimo rimetterci in cammino, come già fecero i pastori e i magi, nella notte illuminata dalle voci esultanti degli angeli e dal chiarore commovente di una stella. Questa volta però né angeli né stella indicano il cammino, bensì una voce e una luce che sono assolutamente interiori. È come se in questo tempo – quaranta giorni sono un periodo denso e completo – qualcosa in noi dovesse essere cresciuto nella forma dell’intuizione interiore. Questa rara intuizione indica una maturità che si fa pienezza e al contempo perfetto abbandono. Di questo sentire, riconoscere, accogliere e, in certo qual modo, congedarsi nel e dal mistero dell’incarnazione, sono icone bellissime e affascinanti i due vegliardi: Simeone ed Anna. Luca parlandoci di loro non ha bisogno di scomodare gli angeli come ha già fatto per l’annuncio a Zaccaria, a Maria, ai pastori e come Matteo ha evidenziato evocando il combattimento di Giuseppe. Non c’è bisogno di scomodare neppure stelle luminescenti come nel caso dei Magi. Tutto si svolge ad un livello di interiorità: <Mosso dallo Spirito, si recò al tempio… anch’egli lo accolse tra le braccia> (Lc 2, 27-28).

La sfida della festa di oggi ci riguarda profondamente come credenti perché rimanda alla sfida di tutta la nostra vita di fede: accogliere lo Spirito in un bambino… anzi, in questo bambino concreto che viene presentato al tempio come un bambino qualunque da genitori che non hanno nulla di speciale e che sono assolutamente confusi tra la folla di quanti cercano di compiere ciò che <è scritto nella legge del Signore> (2, 23). Di fatto noi siamo, nella nostra esperienza di vita e di fede, molto più prossimi a Simeone ed Anna che non ai pastori e ai magi. La festa di oggi, chiamata in Oriente festa dell’Incontro, ci rimanda alla necessità di fare un passo verso il Signore, un passo che ci nasca dal cuore e che sia l’espressione esterna di una intuizione interiore che viene dallo Spirito. In realtà, quest’intuizione fa tutt’uno con la totalità del nostro essere e ci mette in cammino. Luca ricorda solennemente: <C’era anche una profetessa…> (2, 36). Speriamo di esserci anche noi per non mancare all’appuntamento di ogni visita che Dio fa alla nostra umanità.

Il vecchio Simeone non è da solo: con cui e in lui opera lo Spirito, così intimo da essere una realtà così familiare per quest’uomo dell’attesa e del desiderio. È lo Spirito che lo spinge verso il Tempio e gli permette di riconoscere e di proclamare la <salvezza> (2, 30) che è per tutti (2, 31). Anche a noi è chiesto di cogliere e rafforzare il nesso tra la nostra vita e il progetto di Dio, tra quello che vediamo e ciò che il nostro cuore è chiamato a sentire e a discernere. La domanda si pone: <che cosa mai hanno colto Simeone e Anna in questo bambino che non doveva essere per nulla diverso da tutti gli altri che venivano quotidianamente portati al Tempio?>. La Lettera agli Ebrei ci fa intuire qualcosa quando dice che <proprio per essere stato messo alla prova e aver sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova> (Eb 2, 18). Il <fuoco> (Mal 3, 2) annunciato dal profeta Malachia, con toni abbastanza minacciosi, si fa <luce> (Lc 2, 32) nel tremulo mistero dell’incarnazione. Una luce che, come ci aiuta a comprendere il gesto liturgico che accompagna la celebrazione della Candelora, possiamo tenere tra le mani senza timore di esserne bruciati, ma nella tenera sensazione di esserne rischiarati e riscaldati. Simeone e Anna sono capaci di riconoscere e di cantare un modo nuovo con cui Dio abita il tempio e inabita l’umanità. Esso è un modo discreto, dolce, amorevole: in una parola <bambino> (2, 22.27.38). Simeone e Anna sono dei vegliardi ritornati bambini… rinati in verità… e tra piccoli ci si riconosce sempre!