Dio prossimo

Santissima Trinità

Un Dio prossimo che si fa sempre più profondamente prossimo è ciò che in questa solennità siamo invitati non solo a contemplare ma da cui siamo chiamati a farci contagiare. Dopo un lungo tempo di contemplazione del mistero di Dio rivelatosi nel mistero pasquale di Cristo Signore, questa solennità sembra essere una sorta di riassunto. Non si tratta, né soprattutto né prima di tutto, di un “riassunto dogmatico”, ma di un “riassunto esistenziale” che ci permette di ritrovare la somiglianza con quel Dio a cui immagine siamo stati creati e per la cui gioia siamo stati redenti. L’augurio benedicente di Paolo ai cristiani di Roma diventa un programma di vita: <La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi> (2Cor 13, 13). Questa grazia e questo amore che danno pace animano la vita di ciascuno e si riflettono nella vita di relazione tra tutti: <siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti> (13, 11). Contemplare il mistero della vita intima di Dio non è un’operazione astratta o “teologica”, nel senso accademico del termine, ma è un modo per fare memoria di come e di quanto l’Altissimo si è compromesso con la nostra storia, così da essere capaci a nostra volta di farci prossimi agli altri e di essere prossimo per gli altri.

Nella prima lettura viene evocato un altro passaggio di Dio nella vita di Mosè in cui ancora una volta rivela al suo servo la realtà di se stesso attraverso la cantillazione di alcuni nomi divini nella cui realtà possiamo forgiare i nostri atteggiamenti umani: <Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà> (Es 34, 6). Il Signore Gesù, dialogando nella notte con Nicodemo, conferma e radicalizza le intuizioni dei patriarchi e dei profeti: <Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio> (Gv 3, 16). Potremmo dire che l’eterna e infinita occupazione dell’Altissimo sia quella di dare, di darsi senza risparmio in una gratuità che fonda la stessa possibilità della vita. Il faccia a faccia del Figlio con il Padre nell’abbraccio amoroso dello Spirito non ha niente a che vedere con una fusione narcisistica e una soddisfazione autoreferenziale. Un amore fusionale non è amore, ma solo una forma, forse un po’ più raffinata, di egoismo. Solo un amore che si sa abbandonare e sa liberare crea lo spazio di una vita che si dilata.

Se i nostri amori sono sempre un po’ fusionali e un po’ egoisti, l’amore di Dio è l’abbandono più assoluto nella libertà più piena perché continuamente animato dal desiderio fattivo di mettere a disposizione dell’altro la dimensione più profonda del proprio essere. Dalla vita della Trinità siamo chiamati ad imparare a mettere a disposizione dell’altro ciò che ci fa vivere perché possa dare vita, gioia, pace. Il tutto in un’atmosfera di riposante silenzio di un dono disinteressato, semplice, tranquillo. In tal modo la Trinità farà spazio a quel “quarto” che è il fratello, che è l’altro. Infatti, è la relazione tra noi – fratelli e sorelle in umanità perché già figli e figlie in divinità – che rivela la nostra capacità profetica: amandoci come fratelli testimoniamo di riconoscere un solo Padre che ci è stato rivelato nelle parole e nei gesti del Signore Gesù e si invera nella delicatezza della nostra carità animata e forgiata dal fuoco dello Spirito. Entrando e rimanendo in questo dinamismo della vita divina non possiamo che rinunciare ad ogni desiderio di vendetta e di sopraffazione e non ci resta che optare risolutamente per la tenerezza e la misericordia. Un modo per evocare l’assoluta trascendenza di Dio anche quando si fa nostro prossimo è l’evocazione di come Mosè e Dio per incontrarsi debbano spostarsi: uno sale e l’altro scende! Proprio come ci insegna il Signore Gesù quando ci ricorda: <Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui> (Gv 3, 17).

Dieu proche

La Très Sainte Trinité

Un Dieu proche qui se fait toujours plus profondément proche, voilà ce que nous sommes invités à contempler en cette solennité, mais nous sommes aussi appelés à devenir contagieux. Après un long temps de contemplation du  mystère de Dieu se révélant dans le mystère pascal du Christ Seigneur, cette solennité semble être une sorte de résumé. Il ne s’agit pas, ni surtout, ni avant tout, d’un « résumé dogmatique », mais d’un «  résumé existentiel » qui nous permet de retrouver la ressemblance avec ce Dieu à l’image duquel nous avons été créés et rachetés dans la joie. Le souhait de bénédiction de Paul aux chrétiens de Rome devient un programme de vie : «  La grâce du Seigneur Jésus Christ, l’amour de Dieu et la communion de l’Esprit Saint soit avec vous tous » (2 Co 13,13). Cette grâce et cet amour qui donnent la paix animent la vie de chacun et se reflètent dans la vie relationnelle entre tous : «  Soyez joyeux, tendez vers la perfection, encouragez-vous mutuellement, ayez les mêmes sentiments » (13,11). Contempler le mystère de la vie intime de Dieu n’est pas quelque chose d’abstrait ou de «  théologique », dans le sens académique du terme, mais c’est une façon de se souvenir comment et combien le Très-Haut s’est compromis dans notre Histoire, afin que nous soyons capables, à notre tour, de devenir proches des autres et d’être un proche pour les autres.

Dans la première lecture un autre passage de Dieu dans la vie de Moïse est évoqué où, une fois encore, il révèle à son serviteur une de ses réalités à travers la psalmodie de certains noms divins qui peuvent nous aider à forger nos attachements humains «  Le Seigneur, Dieu miséricordieux et pieux, lent à la colère et riche d’amour de de fidélité » (Ez 34, 6). Le Seigneur Jésus dialoguant dans la nuit avec Nicodème, confirme et radicalise les intuitions des patriarches et des prophètes : «  Dieu a tant aimé le monde qu’il a donné son Fils » (Jn 3, 16). Nous pouvons dire que l’éternelle et infinie occupation du Très-Haut, est de donner, de se donner sans limite dans une gratuité qui fonde la même possibilité de la vie. Le face-à-face du Fils et du Père dans l’embrassement amoureux de l’Esprit n’a rien à voir avec une fusion narcissique et une satisfaction autoréférentielle. Un amour fusionnel n’est pas de l’amour, mais seulement une façon, peut-être un peu plus raffinée, de l’égoïsme. Seul un amour capable de s’abandonner et de se libérer crée l’espace d’une vie qui se dilate.

Si nos amours sont toujours un peu fusionnels et un peu égoïstes, l’amour de Dieu est l’abandon le plus absolu dans la liberté la plus totale, animé continuellement par le désir effectif de mettre à disposition de l’autre la dimension la plus profonde de son propre être. Par la vie de la Trinité, nous sommes appelés à apprendre à mettre à disposition de l’autre ce qui nous fait vivre pour donner vie, joie, paix. Tout cela dans une atmosphère de silence reposant et de don désintéressé, simple et tranquille. Ainsi, La Trinité donnera de l’espace à ce «  quatrième » qu’est le frère, l’autre. En effet, c’est la relation entre nous – frères et sœurs en humanité car déjà fils et filles en divinité – qui révèle notre capacité prophétique : en nous aimant comme des frères, nous témoignons reconnaître un seul Père qui nous a été révélé par les paroles et les gestes du Seigneur Jésus et se verra dans la délicatesse de notre charité animée et forgée par le feu de l’Esprit. En entrant et en restant dans ce dynamisme de la vie divine, nous ne pouvons que renoncer à tout désir de vengeance et de supériorité et il ne nous reste plus qu’à opter résolument pour la tendresse et la miséricorde. Une façon pour évoquer l’absolue transcendance de Dieu, lorsqu’il se fait notre proche, est l’évocation du déplacement de Moïse et de Dieu lors de leur rencontre : l’un doit monter et l’autre descendre ! De la même manière que le Seigneur Jésus nous rappelle son enseignement : «  En effet, Dieu, n’a pas envoyé le Fils dans le monde, pour le condamner, mais pour que le monde soit sauvé par lui » (Jn 3, 17).

Fermezza

VIII Settimana T.O. 

Nella conclusione del romanzo di Gertrud von le Fort Il lino di Veronica, dopo la morte della nonna – donna agnostica di nobiltà e finezza rarissime – la nipote trova accanto alla sua poltrona un biglietto che era stato il punto di riferimento di questa donna – quasi un pro-memoria – durante la sua ultima malattia. Vi era scritto: “Fermezza e silenzio”. Ci sono dei silenzi che stanno solo a significare il vuoto, la codardia, l’incapacità o la viltà e vi sono dei silenzi invece che dicono inequivocabilmente il coraggio di mettersi in relazione con gli altri nella verità e senza paura alcuna: <Vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, vi dirò con quale potere faccio questo> (Mc 11, 29). A differenza di Mosè che fugge davanti alla domanda dei suoi fratelli <Chi ti ha costituito su di noi?> (Es 2, 14), il Signore Gesù mette <i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani> (Mc 11, 27) – abituati per il loro stesso ufficio a interrogare e a giudicare gli altri – dalla parte degli interrogati. Potremmo esultare con una certa soddisfazione perché finalmente anche costoro devono lasciarsi interrogare.

Davanti alla reazione del Signore Gesù ci troviamo di fronte a uomini che normalmente incutono timore e che invece – sorprendentemente – scopriamo <temevano la folla> (11, 32). Il Signore Gesù non rifiuta la risposta ai suoi interlocutori, ma la condiziona alla verità della loro domanda, alla loro capacità di non fare solo finta di domandare e di ascoltare – sicuri di avere già la risposta – ma di porsi veramente in relazione che esige la crescita e il cambiamento attraverso la reazione dell’altro. Ma – purtroppo – alla fine non possono che dire: <Non lo sappiamo> (11, 33). Risposta chiaramente falsa tanto quanto quel <Noi sappiamo> (Gv 3, 2) che troviamo in bocca a Nicodemo, il quale visita Gesù <di notte>… anche lui per paura che sembra quasi un vizio di casta. Sembra dirci il Signore Gesù – normalmente così aperto a rispondere a chiunque – che se non c’è un desiderio di farsi cambiare dall’incontro con lui – e non solo con lui ma con chiunque – allora bisogna fare ciò che raccomanda così impietosamente l’apostolo Giuda: <abbiate compassione con timore, stando lontano perfino dai vestiti, contaminati dal loro corpo> (Gd 23).

Quando le domande e l’apparente apertura al dialogo nascondono l’ipocrito bisogno di essere solo confermati e non trasformati, allora la via per costruire <sopra la vostra santissima fede> (Gd 20) è proprio quella della fermezza e del silenzio da cui si spera che la falsa domanda <con quale autorità fai queste cose?> (Mc 11, 28) possa convertirsi in un desiderio di comprensione della compassione: “Perché fai queste cose?”. La compassione non può essere degna di questo nome se non fa crescere per farci <comparire davanti alla sua gloria senza difetti e colmi di gioia> (Gd 24), in caso contrario merita il nome di complicità.

Sorpresi

VIII Settimana T.O. 

L’apostolo Pietro esorta: <carissimi, non meravigliatevi della persecuzione che, come un incendio, è scoppiata in mezzo a voi per mettervi alla prova> (1Pt 4, 12). Lo stesso Pietro che la <mattina seguente passando> (Mc 11, 20) rimase sorpreso del fatto che la parola del Signore detta il giorno innanzi: <Nessuno mai più in eterno mangi i tuoi frutti> (11, 14) si fosse puntualmente e terribilmente compiuta tanto che lo spettacolo è quello di un <albero di fichi seccato fin dalle radici> (11, 20). Pietro non resiste ed esclama perplesso: <Maestro, guarda: l’albero di fichi che hai maledetto si è seccato> (11, 21).  È l’unica volta che vediamo Gesù fare qualcosa di “brutto” e la maledizione del fico fa da cornice alla purificazione del tempio dove <si mise a scacciare quelli che vendevano e compravano nel tempio> (11, 15). Un gesto quest’ultimo che avrà terribili conseguenze nella vicenda del Signore in quanto <l’udirono i sommi sacerdoti e cercavano il modo di farlo morire> (11, 18). I sommi sacerdoti cercheranno di fare a Gesù ciò che Gesù ha fatto al fico: faranno di tutto per s-radicarlo perché il suo evangelo rinsecchisca.

In realtà, l’albero sterile di frutti non è di certo il Signore ma il Tempio trasformato in <covo di ladri> (11, 17), mentre doveva essere sempre e per tutti una <casa di preghiera>. E il Signore Gesù rispondendo alla domanda di Pietro ci svela il segreto stesso della preghiera che è il perdono: <Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate> (11, 25). Il per-dono è il segno che il nostro cuore non si è trasformato in mercato, ma vive della stessa logica di gratuità assoluta che presiede alla stessa vita divina. Ma se nel nostro cuore – come nel cuore del Signore Gesù – è stata sradicata la logica del mercato per far posto all’evangelo del perdono allora è chiaro come i sacerdoti: <avevano paura di lui> (11, 18). La paura nasce dalla capacità di discernere tra le <foglie> (11, 13) che custodiscono i frutti primaticci del fico e le foglie che non custodiscono altro che l’apparenza e il vuoto. Una preghiera senza perdono non porta nessun frutto poiché solo il perdono ci mette nella lunghezza d’onda del Signore e ci permette di entrare in comunione feconda con il <Padre> (11, 26).

Il Signore Gesù ponendo come condizione assoluta della preghiera il perdono è come se desse per scontato che nella nostra vita avremo sempre da perdonare e spesso ci capiterà di avere <qualcosa contro qualcuno> (11, 25) e questo non dovrebbe né sorprenderci né meravigliarci. Eppure, ogni volta che la necessità del perdono evidenzia il male che attraversa la nostra esperienza si continua ad esserne <meravigliati… come se vi accadesse qualcosa di strano> (1Pt 4, 12). La necessità di perdonare e di farsi perdonare è il luogo della <fervente carità> (4, 8), è la forma della più grande <ospitalità> (4, 9), è il più grande <servizio> (4, 10) perché come ama ripetere san Benedetto nella sua regola per i monaci: <in tutto sia glorificato Dio> (4, 11). Il perdono – solo il perdono – è il Tempio purificato e purificante in cui e attraverso cui possiamo presentarci serenamente e veramente al cospetto di Dio come suoi figli.

 

 

Latte genuino

VIII Settimana T.O. 

Il <genuino latte> (1Pt 2, 2) di cui parla l’apostolo Pietro è la fede pura – capace di essere ciecamente vedente – proprio come quella di Bartimeo. Quest’uomo grida verso Gesù come un bambino che brama la vita e non ha altro modo di far sentire il suo bisogno se non il grido quasi inarticolato di quella che diventa la base di ogni pura preghiera: <Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me> (Mc 10, 47). I discepoli che <sgridavano> i bambini (Mc 10, 13), ora sgridano il cieco seduto sulla strada di Gerico – il punto più basso della terra – dove il Giordano va come a morire e da dove il Signore Gesù comincia a salire verso Gerusalemme dove, tra non molto tempo, toccherà il punto più basso della sua vita lasciandosi consegnare alla morte. Bartimeo, appena ridivenuto vedente, si metterà a seguire Gesù per quella strada che sale per scendere e sembra che non si voglia più staccare dal suo seno come <un bimbo svezzato in braccio a sua madre> (Sal 130).

La sequenza degli avvenimenti, così come ce li presenta l’evangelista Marco, ci mostra un primo cieco – quello di Betsaida (Mc 8, 22-26) – totalmente passivo cui segue la guarigione del cieco di Gerico che ci viene dapprima inquadrato seduto e immobile nella sua cecità e che alla fine invece è un uomo che cammina e che s’incammina dietro alla Vita. Tra questi due episodi troviamo che il Signore Gesù annuncia la sua imminente passione per ben tre volte e, alla fine del testo, il cieco di Gerico, in cui l’evangelista intravede l’icona del discepolo, sembra proprio non avere paura di seguire il <Maestro> (10, 51) da Gerico fino a Gerusalemme. 

Con questa figura ciascuno di noi è chiamato a confrontarsi per imparare quale dinamismo può soggiacere persino alle immobilità più evidenti e questo nella misura in cui manteniamo viva in noi la sensibilità ai passaggi del Signore, al passaggio della vita che incrocia la nostra strada e ci chiama a fare un balzo: <Chiamatelo!> (10, 49). Questo invito del Signore viene rivolto a ciascuno di noi che forse si trova al bordo della strada in attesa che qualcosa ridia vigore e direzione alla propria vita. Anche l’apostolo ci invita. <Avvicinandovi a lui, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale> (1Pt 2, 4-5). Con dinamismo e con curiosità lasciamoci impiegare nella costruzione di un modo nuovo di vivere e di pensare per essere primizia di quel mondo nuovo che nasce come promessa di speranza dal mistero pasquale del Signore Gesù. Il primo passo capace di trasformare ogni storia in un racconto di salvezza è quello di tenere le orecchie del cuore tese ad ogni fruscio della grazia, ad ogni sussurro di salvezza accettando di sormontare ogni ostacolo pur di poter incontrare personalmente il Cristo che è ben più di quel <Gesù Nazareno> (Mc 10, 47) di cui parla la gente.

Chiarire

VIII Settimana T.O. 

L’evangelista Marco ci mette di fronte ad un momento assai forte del cammino del Signore Gesù che siamo chiamati a condividere con coraggio e forza: <mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti ai discepoli ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti> (Mc 10, 32). Sgomento e paura sembrano essere i grandi sentimenti – quelli forti – che caratterizzano quanti fanno strada con il Signore. Come non riconoscere che sono spesso i nostri sentimenti quando la strada con il Signore si fa più esigente e quando avvertiamo che il cammino diventa decisivo. Lo sgomento e la paura esigono sempre un chiarimento e il Signore non esita a prendere la parola al fine di chiarire in modo netto, forse troppo, e lo fa parlando direttamente e intimamente ai suoi discepoli: <Ecco, noi saliamo e Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà> (Mc 10, 33-34).

Il chiarimento del Signore non può che chiarire la posizione dei suoi discepoli, due dei quali non esitano, personalmente e direttamente senza l’attenuante dell’intervento materno cui siamo abituati dagli altri evangelisti, a prendere posizione reclamando un posto. La cosa più sorprendente tanto da essere persino sconvolgente è contemplare la maniera con cui siamo – in quanto persone e discepoli – presi terribilmente sul serio dal nostro Signore e Dio. Questo non toglie, anzi comporta che il Cristo mostri ai due ardimentosi discepoli e fratelli quello che è il suo proprio cammino e che non esiterebbe a condividere con noi: la <gloria> (Mc 10, 37) secondo Dio non si manifesta nell’apparenza ma, seguendo l’etimologia ebraica – gloria=peso – , si manifesta nel peso specifico e segreto del nostro essere profondo. Per conoscere la gloria non c’è altra via se non quella che passa per la porta stretta che è l’imitazione del Signore di tutto che si fa servo di tutti. 

Ci può infatti essere una gloria maggiore che farsi servi di ogni uomo in cui si riflette l’immagine e somiglianza del Creatore? Questo cammino – l’unico vero cammino che conosce una vera meta – esige quel viaggio interiore così ben evocato dall’apostolo Pietro: <Dopo aver purificato le vostre anime con l’obbedienza alla verità per amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri, rigenerati non da un seme corruttibile ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna> (1Pt 1, 22-23). L’essere fratelli e amare di esserlo sempre e fino in fondo è ciò che la nostra vita – non con le parole ma con il sangue – è chiamata a chiarire – a livello personale – e a rivelare in relazione agli altri. Sì, il Signore ci prende sul serio e non nutre nessuna gelosia per il fatto che reclamiamo un posto accanto a lui, al contrario ci guida per mano perché possiamo occuparlo come il Signore Gesù il quale <fu predestinato già prima della fondazione del mondo> (1, 20) a <servire e dare la propria vita> (Mc 10, 45). 

Mentalizzare

VIII Settimana T.O. 

All’apostolo Pietro affidiamo il compito di rappresentarci e di reagire proprio come noi stessi avremmo voglia di fare: <Ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito> (Mc 10, 28). Una possibile, forse la prima e la più istintuale delle reazioni, a questa apostolica presa di posizione potrebbe essere quella di ritenerla esagerata o perfino un poco falsificata. Eppure, la parola di Pietro, come pure quella sottile rivendicazione che portiamo segretamente in cuore e ci fa vacillare davanti alle conseguenze della nostra generosa adesione al mistero di Cristo sono vere: sì, abbiamo lasciato tutto… abbiamo talora persino lasciato tutti e cosa mai ne avremo in cambio? Questa presa di coscienza che può diventare giustificata rivolta davanti a quello che, come discepoli, ci ritroviamo tra le mani se è vera, al contempo, rivela ciò che abbiamo di più caro: noi stessi. Dopo avere lasciato ogni cosa e relativizzato molte delle nostre relazioni significative e confortanti ci ritroviamo ad accarezzare – forse inconsciamente – noi stessi da cui non riusciamo realmente a prendere quella distanza che creerebbe invece nuovi spazi di vita.

La parola esortativa dell’apostolo ci raggiunge e ci richiama profondamente: <Perciò, cingendo i fianchi della vostra mente e restando sobri, ponete tutta la vostra speranza in quella grazia che vi sarà data quando Gesù Cristo si manifesterà> (1Pt 1, 13). Abbiamo mai pensato che la nostra mente ha dei fianchi che bisogna avere il coraggio e la semplicità di cingere perché sia capace di mentalizzare la vita sempre di più come un servizio e meno come una pretesa? Non si tratta, come potrebbe sembrare a primo acchito, di tagliare delle relazioni rinunciando ad esse ma – piuttosto – di tessere delle nuove relazioni e di ritrovare quelle di sempre in un contesto. Il contesto è quello della novità che il Vangelo imprime alla nostra vita di sempre rendendola – completamente e radicalmente – trasfigurata. Forse per questo nel centuplo che ci viene promesso, manca proprio il <padre> (Mc 10, 29). Questa mancanza ci riporta al mistero del grande guadagno cui siamo chiamati: riconoscere nel Padre di tutti l’origine di ogni sicurezza e di ogni serenità.

Se impariamo a riconoscere con Gesù e in Gesù il volto amabilissimo del Padre che è nei cieli, allora potremo accogliere il vangelo come un invito non a lasciare tutto e tutti, ma a ritrovare tutto e tutti dopo aver avuto il coraggio di lasciare noi stessi con tutto il cumulo di pretese che ci rende così ingombranti da non poter più camminare agevolmente per le strade della vita <come il Santo che vi ha chiamati> (1Pt 1, 14). Il Signore oggi ci chiede di rompere lo specchio in cui continuamente rimiriamo le nostre azioni, le nostre parole, la nostra persona che diventa facilmente il nostro idolo più adorato per essere, finalmente, liberi di amare non in modo fusionale quello che Dio e gli altri dovrebbero confermare di noi stessi ma per quello che ci rivelano di così nuovo da essere considerato da una vita <impossibile> (Mc 10, 27).

Fratelli tutti

Maria Madre della Chiesa 

Non siamo ancora abituati a vivere questa memoria mariana istituita da papa Francesco per il giorno dopo la solennità della Pentecoste. Il testo degli Atti degli Apostoli proposto per la Liturgia della Parola risuona come una sorta di protocollo per la vita della Chiesa di ogni tempo e di ogni luogo: <Entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi> (At 1, 13). Laddove i Dodici, quasi certamente accompagnati e non solo serviti dalle donne, avevano vissuto il momento della cena pasquale alla vigilia della passione del Signore, il nucleo fondamentale della prima comunità dei discepoli del Crocifisso Risorto, attende il dono promesso dello Spirito. Secondo la cronologia lucana, se la comunione nella carità è il frutto più maturo dell’effusione dello Spirito, ne è pure la premessa essenziale: <Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui> (1, 14).

Questa memoria voluta da papa Francesco per l’intera Chiesa cattolica assume un significato emblematico alla luce dell’ultima enciclica di papa Francesco firmata sulla tomba del Poverello alla vigilia della sua festa: <”Fratelli tutti, scriveva San Francesco d’Assisi per rivolgersi a tutti i fratelli e le sorelle e proporre loro una forma di vita dal sapore di Vangelo. Tra i suoi consigli voglio evidenziarne uno, nel quale invita a un amore che va al di là delle barriere della geografia e dello spazio. Qui egli dichiara beato colui che ama l’altro «quando fosse lontano da lui, quanto se fosse accanto a lui”. Con queste poche e semplici parole ha spiegato l’essenziale di una fraternità aperta, che permette di riconoscere, apprezzare e amare ogni persona al di là della vicinanza fisica, al di là del luogo del mondo dove è nata o dove abita>. 

Il seme di questa universale fraternità è stato fatto cadere si piedi della croce del nostro amato Signore nel momento in cui redasse il suo testamento di tenerezza con la penna della croce e l’inchiostro indelebile del suo sangue versato: <Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé> (Gv 19, 25-27. All’indomani dello spegnimento del cero pasquale, che ha rallegrato con la sua colonna di luce le nostre assemblee liturgiche, siamo chiamati a ritornare sotto l’albero della croce. Là possiamo cogliere il frutto non proibito di una tenerezza e di un amore che sono l’univo vero antidoto ad ogni tentazione di regressione all’autoreferenzialità mortifera.

La <paura> (Gen 3, 10) sperimentata dalla nostra umanità subito dopo aver acconsentito alla suggestione di potersi dare la pienezza di vita prendendola con le proprie mani, si trasforma in <stupore> (Mc 16, 8) rinnovato. Dopo aver celebrato di nuovo la Pasqua, riprendiamo il nostro cammino nel tempo ordinario nello stupore di un amore che non si lascia vincere da nessuna <paura> perché radicato nella bellezza di camminare insieme e nella promessa che siamo comunque sorelle tutte e fratelli tutti.

Il tuo nome Brilla, alleluia!

Domenica di Pentecoste 

Nella stessa Liturgia evochiamo due Pentecoste. La prima è quella vissuta dagli apostoli nell’intimità e nella quiete del Cenacolo <la sera di quel giorno, il primo della settimana> (Gv 20, 19); della seconda ci parla Luca negli Atti degli Apostoli nel contesto del mattino di una delle feste più care e gioiose della tradizione ebraica. In realtà portiamo oggi a compimento i giorni della Pasqua in cui in più modi e in diversi momenti non solo celebriamo, ma facciamo entrare in noi il vento e il fuoco della risurrezione di Cristo quale promessa di vita e fonte di speranza per ogni creatura. I simboli del vento e del fuoco rievocano le pagine più grandi della tradizione ebraica e rimandano al mistero della vita che esige il movimento e il dinamismo di una fiamma che si nutre di legna e di vento per regalare luce e calore. Questi due simboli, così cari a tutte le tradizioni e che fanno parte integrante della vita quotidiana, ci ricordano che il dono dello Spirito Santo non solo è il <primo dono ai credenti>, ma ne è la fonte perenne. Per questo l’apostolo Paolo enuncia con chiarezza che <se uno solo è lo Spirito> nondimeno <vi sono diversi ministeri> (1Cor 12, 4).

La parola dell’apostolo andrebbe intesa ancora più profondamente tanto da dire che “vi sono diversità di misteri”. Quando il Signore Gesù si presenta ai suoi apostoli la sera di Pasqua augura loro due cose: la <pace> (Gv 20, 19) come dono e la capacità di perdonare, dopo essere stati così profondamenti perdonati (20, 23). Ambedue le cose non sono possibili se non nella misura in cui ciascuno è reso capace, proprio per opera dello Spirito Santo, di accogliere se stesso come mistero e di riconoscere negli altri un mistero da venerare e mai giudicare. Per questo, se la sera di Pasqua il passaggio di Gesù tra i suoi discepoli è capace di riportare la pace come dono di riconciliazione profonda con tutto ciò che la Pasqua ha rivelato di ciascuno mettendolo in contatto con le proprie ombre, al mattino di Pentecoste sembra che ormai nulla e nessuno possa sentirsi o essere considerato estraneo: <A quel rumore la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua> (At 2, 6).

Al mattino di Pentecoste la Chiesa è in grado di uscire dal Cenacolo per farsi animatrice della speranza e sostenitrice della gioia di tutta l’umanità nella sua interezza, fatta di complessità che esige il passaggio per i discepoli dalla necessità di esprimersi al desiderio di essere capiti. La forza dinamica dello Spirito, che si manifesta in <lingue come di fuoco> (2, 3) le quali non possono in nessun modo restare ferme o rimanere immobili, obbliga i discepoli ad uscire e a fare della strada il luogo della vita e dell’annuncio pro-fanando così ogni tentazione religiosa che spinge a trincerarsi e al massimo ad invitare e ad aspettare. La gente accorre perché sente un <rumore> (2, 6) che rievoca quello udito da Ezechiele (37, 7) nella pianura colma di ossa inaridite. La casa della Chiesa non è misticamente silenziosa, ma vitalmente rumorosa e piena di vita come una casa piena di bambini che si aprono alla vita. Il fuoco che si manifesta e rimette in cammino i discepoli è la manifestazione piena di quello che i discepoli confessano di aver sentito come ardore nel loro cuore mentre il Signore Gesù fattosi loro compagno di strada interpretava per loro la vita. Ancora oggi il Signore Risorto ci dona pace interpretando la nostra vita e lasciando che essa si manifesti come luce, fuoco, vento… come qualcosa che brilla e per questo rallegra e attrae… almeno i bambini che dovremmo diventare alla scuola del Vangelo, alla sequela del Risorto che ha riaperto i giochi della vita.