Capriccio

XI Settimana T.O.

L’annuncio che viene portato al re Acab sembra concludere una volta per tutte la questione apertasi tra il re e Nabot e la cui soluzione radicale era stata ordita dalla regina Gezabele. Cosa di più decisivo, chiaro, conclusivo di questo: <perché non vive più, è morto> (1Re 21, 15). Dal punto di vista di Gezabele la questione è chiusa e finalmente il re può fare quello che vuole soddisfando così il suo capriccio… perché di un semplice capriccio si tratta. E invece non è così, non è proprio così: la spirale del male rischia di stritolare quanti la mettono in funzione, forse persino vantandosene segretamente non poco! In realtà ciò che viene reso <morto> dall’egoismo e dalla ingiustizia non può che gridare dalla terra come il sangue di Abele ucciso dal fratello Caino. Nel contesto creato dalla prima lettura, le parole di Gesù nel Vangelo diventato ancora più forti e si donano con una chiarezza sorprendente: <Ma io vi dico, di non opporvi al malvagio> (Mt 5, 39).

Opporsi, infatti, significherebbe porsi sulla stessa linea rischiando di non poter più essere se stessi. Monsignor Alichoran, vescovo cattolico di rito caldeo, abituato a vivere in situazioni di profondissimi conflitti e di terribili ingiustizie così insegnava: <Se mi pongo davanti a qualcuno che è cattivo e mi batto con lui, sarò schiacciato, umiliato, insultato. […] Bisogna invece evitare di porsi davanti all’altro come se si fosse davanti ad uno specchio per evitare di fare il suo stesso gioco, imitandolo, pensando di fare il contrario>1. Se la legge del taglione cerca di evitare che il male si radichi ed espanda limitando la spirale della vendetta, il Signore Gesù ci aiuta a risalire verso la dolcezza con cui Dio ha creato l’universo e che è sempre capace di ricrearlo. Si tratta di adottare un atteggiamento completamente opposto a quello della violenza: porgere <anche l’altra> guancia significa manifestare il proprio rifiuto di entrare nella logica della violenza, e ancora di più mettere l’altro di fronte ad un’<altra> possibilità di leggere e attraversare la vita.

L’ascolto della parola e dell’esempio del Signore Gesù ci esorta ad una rinuncia che non ha niente a che vedere con “le rinunce”. Si tratta di cambiare il proprio modo di guardare l’altro persino quando è chiaramente e persino deliberatamente: <malvagio> (Mt 5, 39). Ciò che ci chiede il Signore non è quello di trovare una nuova giustizia, ma di intraprendere un cammino di libertà che esige la rinuncia a lasciarsi dominare dal male per rimanere fedeli a se stessi così come ci sentiamo sotto lo sguardo di Dio. Sentire lo sguardo del Padre dei cieli, significa maturare uno sguardo sugli altri che è simile al suo: mai disperato. Per non cedere alla disperazione è necessario rischiare nella continua proroga di fiducia: <Dà a chi ti chiede, e a chi desidera da un prestito non voltare le spalle> (5, 42). Sembrerebbe proprio che Nabot abbia fatto il contrario opponendosi risolutamente ad Acab eppure, in realtà, la sua fedeltà pagata con la morte non fa che rendere possibile al re di soddisfare il suo capriccio e, al contempo, che sia rivelata la sua iniquità.


1. Cfr. Magnificat, 211 (2010) p. 197.

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