Estranei

XVII Settimana T.O.

Il lamento del salmista esprime al meglio il dolore del profeta e ancora più profondamente lo sconcerto del Signore Gesù: <sono diventato un estraneo ai miei fratelli, uno straniero per i figli di mia madre> (Sal 68, 9). Tornato tra la sua gente il Signore si sente un estraneo e questo per un eccesso di rispetto frutto della sua fama che sembra precederlo ed estraniarlo dalle persone che sono state parte, o almeno spettatori privilegiati, della sua crescita a Nazaret. Le persone più vicine al Signore, proprio mentre fanno l’accurato elenco della sua parentela, si allontanano sempre di più dalla sua presenza tanto che Gesù – il loro caro e forse amato Gesù – diventa <motivo di scandalo> (Mt 13, 57). Lo stesso Signore applica a se stesso l’identità del <profeta> e questo significa accettarne l’amara sorte di chi non può che essere <disprezzato>. La stessa amara conclusione la troviamo nella prima lettura. Davanti alle parole e ai gesti di Geremia – una sorta di strategia divina per non rassegnarsi al rifiuto del suo popolo – la reazione è una vera e propria decisione: <Devi morire!> (Gr 26, 8).

Ogni volta che “estraniamo” una persona dalla nostra vita e ci “estraniamo” dalla sua non facciamo altro che condannare a morte. Matteo annota che Gesù a Nazaret <non fece molti prodigi> (Mt 13, 58) e questo ha una spiegazione dura. È come se il Signore non vuole imporsi per la potenza dei segni ma desiderasse ritrovare a Nazaret la delicatezza e la tenerezza di una familiarità che si fonda sull’intimità e non sull’aspetto dimostrativo. I concittadini di Gesù reagiscono alla sapienza del Signore con una esclamazione: <Non è costui il figlio del falegname?> (13, 55). Con questo interrogativo tradiscono la loro incomprensione del mistero d’amore immenso e di tenerezza assoluto che sta a fondamento dell’esperienza di Gesù. Possiamo fare nostra una domanda di Giovanni Paolo II: <Poiché l’amore paterno di Giuseppe non poteva non influire sull’amore filiale di Gesù e, viceversa, l’amore filiale di Gesù non poteva non influire sull’amore paterno di Giuseppe, come inoltrarsi nel mistero di questa singolarissima relazione?>1.

L’unico modo di entrare in questa relazione che fa l’identità del Signore Gesù è accogliere il mistero di una gratuità nella relazione a cui i Nazaretani sembrano impreparati e insensibili: in realtà non si sono accorti di quello che per <circa trent’anni> (Lc 3, 23) è avvenuto sotto i loro occhi. Il Signore Gesù non fa sentire il suo peso per quello che fa ma vuole comunicare la bellezza di quello che è: un mistero da contemplare e amare e non un problema da risolvere o di cui parlare. Chissà forse lo stupore di Gesù nasce dal fatto che aveva guardato a Nazaret sempre attraverso gli occhi di sua madre e il cuore di suo padre… il fior fiore di Nazaret capace di irrorare, con la loro splendida umanità, il Profumo di Dio, Gesù!


1. GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris Custos, 27.

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