Fantasmi

XVII Settimana T.O.

Si potrebbe dire che Erode viva ormai nel terrore e come perseguitato dal fantasma di Giovanni Battista che <aveva fatto incatenare e gettare in prigione per causa di Erodiade> (Mt 14, 3). Dovunque si scorga ormai qualcosa di forte e di autentico – come la <potenza dei miracoli> (14, 2) che operava in Gesù unitamente alla sua <fama> (14, 1) – Erode vi scorge la presenza incombente del Battista che lui stesso ha fatto decapitare. La cattiva coscienza non può che continuare a ingrandire, come ombre proiettate dalla luce su una parete, la propria iniquità. Così ciò che sembra essere la soluzione finale ad un problema e ad un fastidio – la morte di colui che impedisce il comodo e l’arbitrio – diventa l’inizio di un vero e proprio incubo: Erode viene come corroso dal rimorso e dal rammarico ma forse, ancora più profondamente, da una sorta di senso di fallimento per aver fatto – su istigazione delle sue donne e per una inconfessabile paura dei suoi cortigiani – qualcosa che non avrebbe voluto mai fare.

Davanti ad un altro profeta molto scomodo come Geremia il popolo si mostra più saggio dei <sacerdoti e profeti> (Ger 26, 11). Infatti, il popolo reagisce diversamente e, rendendosi conto del fatto che la profezia autentica non viene stroncata ma amplificata dalla violenza, dice: <Non ci deve essere sentenza di morte per quest’uomo, perché ci ha parlato nel nome del Signore> (26, 16). Si può ben immaginare la grande gioia di Geremia nel fatto di essere – nonostante tutto – riconosciuto come uno che parla in nome del Signore per quanto dica cose scomode e imbarazzanti in quanto <ha profetizzato contro questa città> (26, 11). Si può ancora meglio immaginare il combattimento interiore di Geremia, di Giovanni il Battista, del Signore Gesù come di ogni profeta in tutti i tempi e in tutti i luoghi: “vengo da Dio o da me stesso?”, “parlo in nome di Dio o di me stesso?”.

La risposta a questa domanda che macera il cuore del profeta non può che essere racchiusa in un crescendo di violenza che può arrivare fino all’eliminazione fisica ma che, in ogni modo e in modo misterioso, non fa che dare compimento a ciò che si è annunciato con la parola e che esige sempre – quale sigillo di autenticità – la testimonianza della vita. Né Geremia si difende, né del Battista ci viene tramandata una sola parola davanti alla spada e il Signore Gesù non farà che tacere durante il suo processo. Strano che i profeti i quali rischiano tutto per continuare a parlare in nome di Dio fino a sgolarsi, ammutoliscano quando si tratterebbe di difendere se stessi e la propria vita. Ma non è forse questo che li rende testimoni perenni trovando subito qualcuno che raccolga il loro testimone per continuare l’opera di Dio nella storia: <andarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informarne Gesù> (Mt 14, 12). La tomba sembra essere il luogo della verità: là i profeti diventano o fantasmi (Lc 24, 37) o aurora d vita e di gioia piena (Gv 20, 11-18).

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