Segno

XX Settimana T.O.

Il profeta Ezechiele viene chiamato da Dio a diventare un <segno> (Ez 24, 24)) per i suoi fratelli. Si tratta di “fare segno” per ricordare che non c’è nulla che sia più importante della relazione con il Signore Dio alla luce della cui presenza tutto il resto, che pure partecipa e rende gustosa la nostra vita, deve esserne illuminato e trasformato. Al sacerdote Ezechiele viene chiesto di <non versare una lacrima> (Ez 24, 16) sulla morte della donna che Dio sa essere <la delizia dei tuoi occhi>. Per il profeta si tratta di una chiamata a fare segno e ad essere segno dell’urgenza non solo di amare ma di andare alla radice di ogni amore. A differenza di quel <tale> (Mt 19, 16) che si accosta a Gesù con tutta la sua certezza morale che lo induce a fare l’elogio di se stesso con una fierezza quasi bambina e comunque troppo <giovane> (19, 20), il profeta entra e aiuta il popolo ad entrare in una relazione di grande umiltà e consapevolezza.

L’interlocutore di Gesù afferma con troppo pensare <tutte queste cose le ho osservate> (19,19). E di certo dice il vero questo giovane che si aspetta dal Maestro un’accoglienza trionfale nel seno della piccola comunità che lo attornia. Ma non basta una “buona morale” e una scrupolosa osservanza per essere discepoli del Signore Gesù e talora proprio questa coscienza – tra l’altro retta – di essere “a posto” può essere un impedimento ad entrare nella gioia propria del Regno di Dio che viene e che è l’esultanza del peccatore perdonato il quale – proprio nella consapevolezza del dono – accetta di non avere pretese. Così spiega un moralista dei nostri giorni: <Anche quando avessimo osservato tutta la morale, c’è ancora un appello singolare da parte di Dio per noi. Ciò che è interessante è che il questo giovane uomo rifiuta di seguire Gesù e con ciò stesso perde il frutto di tutta la sua morale, che è la gioia di vivere. Per questo se ne andò triste>1.

La tristezza di quel giovane è molto diversa dal tormento che vive il profeta Ezechiele per la morte di colei che è la delizia non solo dei suoi occhi, ma ancora più profondamente, la gioia del suo cuore. Mentre Ezechiele vive il dramma della separazione come uno strappo capace di diventare il <segno> dello strappo continuo che il cuore di Dio sente davanti all’infedeltà del suo popolo, la tristezza del giovane è una ferita al suo orgoglio spirituale. Mentre il profeta accetta lo strappo senza fare il lutto ma cercando di cogliere il segno, il giovane fa un grande lutto senza essere capace di cogliere nella parola del Signore , composta di cinque verbi che indicano le tappe per completare il cammino, un segno che lo invita ad andare oltre tutto <queste cose osservate> (Mt 19, 20). Possiamo fare oggi una sorta di esame di coscienza su ciò che realmente ci fa soffrire: lo strappo di un amore fallito e mancato oppure lo strappo per il crollo della nostra immagine? Non c’è bisogno di avere fretta… prendiamo tutto il tempo per rispondere con calma e senza precipitazione. La nostra stessa vita è chiamata a diventare <un segno> (Ez 24, 24).


1. X. THEVENOT, La souffrance, Ed. don Bosco, p. 34.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *